stuoino

Con questo post vado a concludere l’argomento iniziato in quello precedente sull’argomento dei letti.
La prima cosa da chiarire è che per quanto possa essere intrigante l’idea di dormire su un 炕 (kàng), l’esperienza è tuttavia limitata al nord della Cina.
Non è una scienza esatta ma avendo vissuto nel 广东 (Guǎngdōng) “Guangdong” e nello 浙江 (Zhèjiāng) “Zhejiang”, posso assicurare con conoscenza di causa che nel Sud della Cina nessuno si è mai sognato di fabbricare un letto di mattoni con il fuoco sotto.
Nei tempi andati, e anche tuttora nelle campagne, il tradizionale letto della case cinesi del sud è sempre stato molto simile a quelli occidentali, salvo per l’ocasionale assenza di un accessorio talora considerato superfluo: il materasso.
In sua vece si presenta invece un sano e spartano impiantito di assi di legno, addolcito da un opzionale stuoino e/o asciugamano.
In quei lidi il letto torna ad assumere il significato più fondamentale e cioè quello di superficie che si scosta dal pavimento altrimenti sporco e polveroso, costituendo inoltre un ostacolo alla partecipazione di eventuali animali molesti quali insetti o rettili (o scorpioni).
Lascio immaginare la mia enorme sospresa quando all’inizio degli anni ’90 dello scorso millennio feci il mio primo incontro con uno di questi manufatti, trattenendomi a stento dal chiedere ai miei peraltro gentilissimi ospiti se gli stessi antipatico, visto che sembrava volessero farmi dormire su delle assi di legno.
Il cuscino c’era, fortunatamente.
Ma l’abitudine fa miracoli, ed entro breve tempo giunsi alla conclusione che si poteva vivere anche senza materassi, e anzi a dirla tutta si dormiva anche meglio (devo ammettere che anche l’allora condizione di gioventù ebbe una massicia influenza nella formazione di questa convinzione).
Ora non è che il materasso sia mai stato vietato; è solo che i cinesi preferiscono un letto duro e massiccio, quindi anche quando il materasso c’è è sottile, oppure è spesso ma granitico.
Qualche riga sopra ho menzionato un asciugamano; questo si rivela essere un accessorio utilissimo quando il caldo è subtropicale e manca il condizionatore, condizioni che nel periodo storico succitato costituivano la norma.
Sta di fatto che quando il caldo umido non dà tregua nemmeno di notte, dormire sul legno con sopra un asciugamano è senza dubbio meglio che su di un materasso che si inzuppa di sudore; certo questa è solo una mia teoria ma sfido chiunque a dimostrarmi il contrario.
Vale la pena di aprire una parentesi sullo stuoino. Qui in Cina si trova comunemente il 凉席 (liángxí), letteralmente “stuoia fresca”, che è appunto uno stuoino fatto generalmente di striscioline di bambù cucite assieme.

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Liangxi di stricioline di bambù
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Liangxi

D’estate questo stuoino si stende sopra al materasso (quando c’è) al posto delle lenzuola, aiutando parecchio la traspirazione. Ci sono anche delle versioni delle dimensioni giuste per il cuscino.

Cuscini
Cuscini

Io lo trovo comodissimo e lo uso sempre nei periodi più caldi, che dove vivo attualmente si riducono per fortuna ad un solo paio di mesi; quando vivevo nel Guangdong invece si mettevano a Marzo e si toglievano a Natale.
Tra l’altro non so se è una caratteristica del materiale oppure se ci mettano apposta qualcosa sopra ma questo stuoino ha sempre un piacevolissimo sentore di legno profumato, che ricorda molto il legno di sandalo, o certi tipi di incenso.
Ci sono poi varianti che invece delle striscioline hanno dei taselli cuciti.

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Variante con tasselli
Liangxi
Particolare del tipo a tasselli

Last but not least, un accessorio che cambia la vita: la zanzariera igloo per evitare di essere mangiati vivi entro due secondi dallo spegnimento della luce.

zanzariera
Zanzariera igloo

letti

Oooh molto bene, oggi niente rant, niente spruzzate di veleno a 360 gradi, niente urlacci, bensì un calmo e tranquillo post sulle abitudini cinesi, che bello.
Anzi vorrei introdurre un argomento particolarmente rilassante e cioè parlare di letti, i modesti ma indispensabili mobili della camera da letto.
Nella totalità delle case delle città cinesi i letti sono uguali a quelli che si trovano nelle altre parti del mondo: materassi, coperte, lenzuola etc…
Non appena si esce dalla città per una gita fuori porta però ci si deve confrontare con la dura realtà delle campagne.
Si tratta di una realtà dura perché è fatta di mattoni.
Si immagini una normale stanza, divisa a metà; la metà con la porta, dove si entra, ha il pavimento normale. Nell’ altra metà il pavimento arriva all’altezza di un tavolo, formando un enorme gradone.
Questo gradone ha nome 炕 (kàng), ed è fatto appunto di mattoni e cemento.

Con cassettoni
Se dorme
Con cassettoni
Mattoni e cemento

Sotto ai mattoni c’è una sorgente di calore che può essere di vario tipo in base al grado di modernità dei padroni di casa.
Il tipo più tradizionale ha un focherello tipo stufetta, alimentato a legna o a carbone. In questo caso l’interno del kang è fatto come un labirinto per consentire al calore di distribuirsi uniformemente prima di disperdersi tramite la canna fumaria.

Con cassettoni
un allegro focherello
Con cassettoni
Altro focherello
Con cassettoni
Ancora focherello

Salendo nella scala dell’evoluzione si ha il tipo con un fornetto che si può utilizzare per bollire la teiera; detto fornetto può anche essere situato in una stanza attigua con il doppio vantaggio di riscaldare due stanze contemporaneamente e anche di fornire acqua calda per l’onnipresente tè.
Al top della gamma ci sono i modelli riscaldati elettricamente, con termostato per il controllo della temperatura.

Con cassettoni
Con riscaldamento elettrico

In questo caso nello spazio libero sotto dove non è necessario creare il labirinto di mattoni vengono solitamente ricavati dei cassettoni dove riporre di tutto.

Con cassettoni
Con cassettoni

Una cosa non esclude l’altra, nel senso che posso avere un kang del tipo con il fuoco ma tenerlo spento, e sopra metterci uno scaldaletto elettrico.
La superficie del kang può presentare linoleum, stuoie di vimini, sottili assi di legno, piastrelle, insomma c’è una bella varietà.
Il primo impatto con il kang può essere traumatico, ma con l’abitudine si scoprono poi i lati positivi.
Ricordo che si parla di campagne, dove spesso l’impianto di riscaldamenteo è considerato un optional non necessario, anche nelle zone dove fa veramente freddo. In queste situazioni avere una larga superficie calda dove spaparanzarsi è proprio bello, e poi bisogna anche considerare che il kang diventa il centro della casa dove si sta tutti assieme e non solo si dorme ma si si guarda la televisione, si gioca a carte, si leggono libri e si mangia anche, seduti a gambe incrociate vicino a dei piccoli tavolini fatti apposta.
I tavolini sono utili anche per bere una quantità smodata del succitato e divorare quantità industriali di semi di zucca e girasole.

Con cassettoni
Se magna
Con cassettoni
Particolare dei tavolini

Qualche altra pretty pic:

Con cassettoni
Variante con cucina incorporata
Con cassettoni
Fuoco spento e stuoia di vimini
Con cassettoni
Tavolino
Con cassettoni
A cozy corner

muro

Un amico mi ha raccontato una storia agghiacciante capitata ad un altro suo amico.
Certo è una storia di terza mano, ma alla fine dell’articolo mi riprometto di rilasciare sconcertanti rivelazioni in merito.
Dunque la storia ha per protagonista un anonimo bianchetto, un poveraccio come me, uno “scappato di casa”, o “naufragato in Cina”, come veniamo chiamati noi che in Italia ci torniamo solo per le vacanze.
Il poverino dopo anni di fatiche ha racimolato abbastanza soldi per iniziare un mutuo.
Come tutti passa attraverso l’ordalia delle visite ai complessi residenziali in costruzione (non si scappa, ahimé) e infine fa la sua scelta: un bell’appartamento in un rispettabile condominio di qualche decina di piani, bella zona, servizi etc…
Insomma, si indebita allegramente a vita: rogito, notaio, firme in banca, tutto come in Italia (beninteso, con le dovute differenze di cui si è discusso in precedenza).
Inizia quindi la fase della ristrutturazione, un periodo gioioso di rinascita e di crescita.
Senonché… su uno dei muri appaiono delle sconcertanti crepe.
Sempre più numerose. Sempre più lunghe.
Comprensibilmente preoccupato a morte il povero neoinquilino si rivolge al costruttore, il quale minimizza e dice che sono crepe di “assestamento”.
Temendo che la casa gli si assesti in testa, inizia a chiedere (probabilmente in lacrime) a tutti quelli che conosce, finché qualche anima pia gli suggerisce di andare a controllare cosa stanno facendo i vicini.
“Cosa c’entrano i vicini?” chiede l’inconsapevole vittima sacrificale.
“Magari niente,” gli rispondono, “tu fai finta di nulla e fatti un giro con una scusa.”
Questo parte e ben presto scopre l’orrida verità: qualcuno ha pensato che uno dei muri portanti di casa sua gli dava TROPPO fastidio, e allora cosa ha fatto?
Probabilmente, da bravo cinese, prima avrà consultato lo I Ching oppure magari anche un geomante.
Comunque, in pratica, l’ha tolto di mezzo. Così, pronti via. A mazzate. O a capocciate, visto che uno così deve avere la testa di molibdeno.
Certo che l’edificio si sta assestando, ci mancherebbe.
Ora, quali sono le alternative? Ammazzare il vicino? Non risolverebbe il problema.
Correre ai ripari? Impossibile, non esiste una soluzione pratica.
Denuncia? Non diciamo assurdità.
E ora arriva la parte migliore, la perla, la catarsi, il nirvana: il consiglio dell’avvocato.
Attenzione eh, perché è forte.
Il consiglio dell’avvocato è il seguente: coprire le crepe con stucco e gesso, indi vendere a qualcun altro senza dirgli niente.
Ecco io sono arrivato qui, non so cosa è successo poi: magari l’edificio si è “assestato”, magari il diabolico piano dell’avvocato è andato a buon fine.
Comunque, incuriosito dalla questione, mi sono messo a cercare su baidu cose come 承重墙 (chéngzhòng qiáng) “muro portante”, 敲掉 (qiāo diào) “demolire”, 裂缝 (lièfèng) “crepe” eccetera.
Udite udite, la storiella pare essere non apocrifa.
Pare anche che la pratica sia piuttosto diffusa: Link 1, Link 2, Link 3, se ne trovano a bizzeffe.
Piuttosto significative le fantasione giustificazioni di quelli che alla fine sono stati costretti a giustificare il proprio operato, come “L’edificio è costruito con struttura a gabbia (libera traduzione) e quindi la demolizione di un muro portante non dovrebbe essere un grosso problema”.
O anche “L’edificio ha 5 anni ed è normale che ci siano delle crepe, non è colpa mia”.
Attenzione, bianchetti: qua non si è mai abbastanza attenti…

console

Arriva una telefonata di un amico/cliente cinese, chiamiamolo S., non nel panico ma diciamo seriamente scocciato.
“Non riesco a collegarmi al server, quello che hai installato l’altra volta.”
“Oh poffarbacco”, rispondio io, non alla lettera cioè non gli ho detto proprio ‘poffarbacco’ ma il senso era quello; “Hai provato questo? E quello? E quell’altro?”
“Sì ho provato tutto, ma sembra morto.”
Mentre parlo al telefono ci provo anche io da remoto, ma sembra proprio defunto.
“Aspetta che arrivo.”
Per strada mi lambicco il cervello sui possibili scenari, valutando possibili malfunzionamenti ma giudicandoli tutti non applicabili ad un server appena installato in una sala macchine relativamente decente, pure con l’aria condizionata.
Si tratta di una dittarella che tramite amicizie e inciuci vari si appoggia ad una azienda più grande; tra le altre cose usufruiscono anche dell’utilizzo di un server ormai obsoleto ma ancora adatto alla bisogna, sul quale ho installato una debian Buster con le solite cose.
La cosa mi infastidisce perché avevo raccontato loro cose mirabolanti realizzabili con strumenti FOSS eccetera, e sembravano tutti contenti. E ora, questo.
Comunque arrivo, vado in ufficio, salamelecchi vari con S., mi collego alla loro rete e stump! Il server non risponde.
Allora dico “Andiamo a cercare il tizio Pinco Pallo, l’esperto che l’altra volta ci ha aperto la porta della sala macchine con la chiave che ha solo lui eccetera. Andiamo a vedere, almeno dalla console riuscirò a capire cosa è successo.”
“Sì sì,” dice S., “aveva detto che c’era stato un problema.”
“Embè? Un problema? E non mi dici niente? Che problema?”
“Non lo so, non me l’ha detto.”
Nota che S. è un ingegnere, responsabile di R&D, produzione e una quantità di altre cose, insomma non è il solito saltimbanco. Ma evidentemente non ha troppa dimestichezza con bit e byte, benedetto ragazzo…
Insomma andiamo dal Pinco Pallo, che è un signore di mezz’età, e che però non sta al suo posto.
Lasciamo detto di farci chiamare alle befanragazze che scaldano le sediesiedono vicino alla sua scrivania e intanto mi faccio accompagnare nella sala riunioni dove so che hanno la macchinetta del caffè, e insomma, mica siamo fatti solo per lavorare, no?
Quando Pinco ha finito i comodacci suoi andiamo a reperirlo e mentre si fruga le tasche per trovare la famosa chiave, chiedo: “Pinco, hai detto che c’era un problema, cos’era?”
“Ti faccio vedere, non mi sembrava una cosa normale allora l’ho fatto spegnere.”
Al che estrae il telefonino, cerca un po’ tra una montagna di foto di cani, bambini e fuffa varia, infine mi fa vedere una foto del monitor nero dove in alto a sinistra troneggia la preoccupante scritta:

Debian GNU/Linux Buster tty1

debian login: _

L’ho guardato un po’ perplesso.
Non pretendo che tutti sappiano cosa sia Linux, per carità, ma santa polenta, Pinco, non sei un mulettista, sei il responsabile dei sistemi informativi!
Con tutto il rispetto per i mulettisti di tutto il mondo, è un mestiere importante, devi stare molto attento, ci vuole il patentino eccetera ma a ognuno il suo! Io non so guidare il muletto e Mr. Pallo deve almeno avere un’idea di dove sta l’alto e dove sta il basso.
Insomma per farla breve, questa è la situazione: Pinco Pallo non ha mai sentito nemmeno lontanamente parlare dell’esistenza di qualcosa che non sia Windows.
Non gli è certo venuto in mente di cercare su baidu cosa possa essere questo misterioso “Debian”; tantomeno ha pensato di interpellare gli interessati, evidentemente per non perdere troppo tempo a sentire storie noiose.
Quando ho tentato di spiegare che esistono dei sistemi operativi che non sono Windows, ho notato il tipico sguardo nel vuoto e ho desistito subito.
Il signor Panco Pillo ha visto una cosa che stava fuori dal suo comprendonio e come ha reagito? Ha staccato la spina.
Ma non è tutto! Signori, un attimo di silenzio.
Ha staccato anche il cavo di rete…

camere rosse

红楼梦 (Hónglóu Mèng) “Il sogno delle camere rosse” è uno dei 四大名著 (sì dà míng zhù), i quattro pilastri della letteratura classica cinese, sui quali mi sono già sbilanciato in un precedente post, anzi rimando il fedele lettore a ripassare quanto detto riguardo alle possibilità di un reale apprezzamento dell’opera da parte di noi bianchetti.
Il ponderoso tomo è stato scritto a metà del 18mo secolo in piena dinastia 清 (Qīng, 1644-1911); l’autore è 曹雪芹 (Cáo Xuěqín) Cao Xueqin.
In questa sede aggiungo solo che questo romanzo vanta una schiera di appassionati paragonabile solo ai fedeli di Shakespeare in Occidente.
Letteralmente infinite sono state le opere derivate, tra cui la celeberrima serie televisiva (电视连续剧) degli anni ’80.
Merita un approfondimento la vita dell’attrice 陈晓旭 (Chén Xiǎoxù) “Chen Xiaoxu”, classe 1965, che nella serie ha interpretato il personaggio di 林黛玉 (Lín Dàiyù, chiamata anche 林姐姐 Lín jiějiě “Sorella Lin”).
Le storie riguardanti la produzione della serie televisiva meriterebbero a loro volta dell’attenzione letteraria, in quanto la troupe visse per un sacco di tempo a stretto contatto e pare che succedesse di tutto.
Diciamo solo che la nostra Xiaoxu conobbe il primo marito proprio sui set di questa serie.
Dopo l’esperienza come attrice nel 1989 decise di arruolarsi nell’esercito.
Devo chiarire che non bisogna immaginarsi la nostra eroina vestita da marine che fa il passo del leopardo su un percorso di guerra: la People’s Army dispone delle proprie compagnie teatrali, e lei semplicemente continuò la carriera di attrice accettando un posto sicuro da un datore di lavoro affidabile.
Comunque nel 1991 decise di lasciare l’esercito e fare l’imprenditrice, anche qui mietendo successi uno dopo l’altro.
A 32 anni era amministratore delegato di una azienda di pubblicità milionaria; poi diventò presidente e direttore generale di un’altra nuova azienda che ebbe ancora più successo, insomma una corsa vertiginosa costellata di premi a destra e a manca.
Questa donna eccezionale trovò anche il tempo di sposarsi una seconda volta.
Devota al buddhismo da sempre, pare che un giorno mentre era in macchina con un amico rimase molto colpita da un sermone del maestro Ven Chin Kung (more info su baidu, wikipedia), del quale abbracciò gli insegnamenti.
Nel 2007 prese gli ordini come monaca buddhista e nello stesso anno purtroppo morì di cancro al seno. Aveva 41 anni.
Qui ci sono delle foto: cctv.com

ingranaggi

Qualche anno fa facevo il grande manager in una fabbrica che comperava da un fornitore esterno un componente in bronzo, o in ottone, non ricordo.
Era un ingranaggio pesantuccio ma non particolarmente grande; si poteva tenere agevolmente in una mano.
La richiesta era che il materiale fosse sufficientemente resistente, e in questo caso la specifica era la durezza, che veniva misurata sulla scala Brinell.
A questo punto potrei forse farmi bello con descrizioni di sofisticati meccanismi di analisi molecolare, ma la realtà è come al solito molto più prosaica: alla fine per fare la prova della durezza si prendono dei punzoni e si massacra il materiale per vedere quanto profondi sono i buchi che si riescono a fare.
Chiaramente un materiale molto duro e resistente costa di più di un materiale morbido; il gioco dei fornitori è sempre il solito, cioè dosare attentamente le proporzioni delle materie prime e il processo di lavorazione in modo da ottenere un prodotto accettabile minimizzando i costi di produzione.
Il nostro fornitore era un cantinaro dei peggiori, e dire che di cantinari avevamo un vasto campionario; basti dire che l’unico fornitore buono del nostro portafoglio un bel giorno ha deciso che non ci voleva più come clienti, ma questa è un’altra storia.
Insomma questo qua stava sempre sul filo del rasoio; lo chiameremo Golosastro, per motivi che verranno chiariti più avanti.
Il reparto di controllo qualità effettuava dei test a campione sulle consegne: prendeva un po’ di questi ingranaggi e giù botte con punzoni appuntiti, annotando i risultati per poi calcolare delle statistiche. Alla fine se in un lotto si trovavano abbastanza pezzi accettabili allora il tutto veniva accettato, se no niente.
Detta così sembra semplice ma ogni volta col Golosastro era una guerra. Non ci si può immaginare il numero di telefonate, litigi, appelli e contrappelli alla logica e alla lunga collaborazione, insomma era una vera spina nel fianco. E gli puzzava pure l’alito di aglio.
Morale che una volta questo bel tomo consegna una partita dei suddetti ingranaggi che diciamocelo, faceva proprio pena. Il QC mi chiama e mi dice che stavolta si dovevano chiudere tutti e due gli occhi oppure anche con tutta la buona volontà non c’era altro da fare che non appioppare la giusta definizione: ciarpame.
Come da copione prendo il telefono e comunico la notizia al peracottaro: ⟪Senti “coso”, stavolta non ci hai dato ingranaggi, queste so’ girelle, vienitele a ripigliare.⟫
Con mio sommo stupore il “coso” non batte ciglio; anzi poco dopo arriva sul suo infame furgoncino, mi guarda storto (come sempre), prende su le sue cassette di ferraglia e se ne va. Rimango a fissarlo con i pugni sui fianchi mentre si allontana nella polvere del meriggio (mi è uscita così, sorry).
Passa un po’ di tempo, poi arriva la successiva consegna.
Memori della passata esperienza parlando col QC veniamo alla conclusione che per l’occasione bisogna stare particolarmente attenti, in quanto nell’aria si avverte un certo sentore di imbroglio (oltre che di aglio).
Quasi subito infatti Mr. QC mi chiama; vado a vedere, e vengo informato che la recente consegna consiste in realtà di due varietà di ingranaggi ben differenti, a ben vedere distinguibili anche ad occhio nudo: una parte è quasi accettabile, l’altra arriva evidentemente dalla consegna precedente. Sapendo che noi si faceva solo controlli a campione, “coso” ha pensato bene di mischiare parte delle girelle della volta prima insieme ai pezzi della nuova produzione, perché tanto si sa che gli stranieri sono tutti grulli.
⟪Fà una bella cosa⟫, gli dico, ⟪Stavolta li controlli tutti uno per uno, mi spiace che devi perdere tempo, e prepara uno dei tuoi punzoni, uno bello grosso a forma di “X”. Quando trovi una girella gli dai un bel colpo ma proprio forte, in modo che rimanga un segno evidente, che sia chiaro per tutti che non vanno bene. Così poi siamo sicuri che la prossima volta non ci viene il diabete per le troppe girelle che ci dobbiamo sorbire.⟫
Detto fatto, mettiamo da parte le merendine e aspettiamo la consegna successiva.
Il lettore avrà presente quel tipo di vulcano che sembra dormire, al massimo emette un pennacchio di fumo una volta ogni tanto; tutti se ne stanno tranquilli per secoli e poi senza nessun preavviso il vulcano esplode in una furia distruttiva senza pari lasciando molto stupite un sacco di persone in toga.
Questo è più o meno quello che è successo al golosastro quando ha visto le girelle punzonate, e si è reso conto che il suo astuto piano gli si era ritorto contro.
⟪Ma questi ingranaggi sono fatti su vostro design, non posso venderli a nessun altro!⟫ mi diceva sputacchiando con la faccia rossa come un pomodoro.
⟪Infatti il nostro design prevedeva anche delle specifiche di durezza che non hai rispettato. Se li facevi bene te li prendevamo tutti.⟫
⟪Ma io non ci sto dentro con i costi!⟫
⟪Ci dovevi pensare prima di firmare il contratto.⟫
⟪Allora non ve li faccio più!⟫
⟪Quella è la porta.⟫
⟪Non troverete nessuno che li faccia a questo prezzo!⟫
⟪Non per questo ci dobbiamo fare venire la carie ai denti con le tue girelle.⟫
E così via…
Alla fine se ne è andato, ma ha continuato a fare gli ingranaggi, e noi abbiamo continuato a fare i controlli 100%.
Di girelle ne abbiamo poi trovate ancora, ma non troppe.
Diciamo che periodicamente ha tentato ancora di rifilarcene qualcuna, ma l’abbiamo sempre beccato.

guardia

Allora l’altro giorno entro dal portone del palazzo per andare in ufficio e faccio un distratto saluto alla guardia anche se stranamente, penso io, mi sta fissando con espressione torva.
Non faccio nemmeno in tempo a girarmi che quello “OEH!” emette un urlo belluino nemmeno stessi entrando vestito da talebano sparando all’impazzata con il kalashnikov.
Cioè non è che abbia proprio detto OEH , si tratta di uno dei loro logogrifi che però vuole dire la stessa cosa.
E nemmeno è che l’abbia proprio esattamente riconosciuto di faccia, a parte che i cinesi non li distinguo nettamente uno dall’altro anche se vivo qui da millemila anni, poi c’aveva la mascherina come tutti e pure il cappello da guardia e anche gli occhiali non scuri ma talmente sozzi che sembravano occhiali da sole, insomma praticamente si vedevano solo le orecchie.
Morale che mi ci si avvicino e gli faccio: “Embè?” (non gli ho detto proprio embè, ma il logogrifo etc…)
E qui la vicenda assume tinte fosche: il figuro esclama: “证!” (stavolta ho scritto il logogrifo).
Le tinte sono fosche perché come tutte le guardie di un certo tipo di palazzi pidocchiosi come questo, essendo appunto pitocchi possono permettersi di assumere solo quadrumani semi-beoti dai sessant’anni in su, non che abbia niente contro i sessantenni anche perché tra poco mi ci ritrovo pure io, però sta di fatto non se ne trova uno che (causa pesanti inflessioni dialettali o mancanza di neuroni che sia) sappia pronunciare mezza parola in maniera decente, insomma non si capisce mai cosa dicono.
E questo qua era proprio un caso grave, caratterizzato da un tono da zombi da film horror degli anni ’70 ma con la polmonite, l’erre moscia la patata in bocca e la “S” sibilante oltre alla mascherina che comunque un certo effetto ottundente ce l’ha, per cui l’ho guardato fisso fisso mentre decidevo se mi stava prendendo in giro oppure stesse manifestando la sua effettiva capacità mentale.
Nelle traduzioni il contesto è importante ma da un solo carattere pronunciato in condizioni estreme è praticamente impossibile cavare alcunché, insomma avrebbe potuto essere “真”, “镇”, “正”, “增” oppure “征”, tutti logogrifi che si pronunciano allegramente allo stesso modo checché ne dicano i libri di grammatica e tutti i professori che sono bravi tutti a stare dietro alla cattedra ma li voglio vedere qua a intendersi con bestie del calibro di questo qua.
Il succitato bestio dopo un po’ di fissarsi tipo duello di mezzogiorno di fuoco ha lentamente tirato fuori dalle pieghe della sua frusta uniforme un facsimile del pezzo di carta da formaggio che mi avevano dato dopo il CNY quando non si sapeva cosa fare con l’epidemia (ulteriori dettagli al post del pass), più di due mesi fa, che dopo due giorni non lo guardava più nessuno e chiaramente non so nemmeno che fine abbia fatto.
Ecco chiarito il mistero: il messaggio che mi voleva fare arrivare era “Documenda!”
Inutile tentare di permeare la dura cervice del bestio, quindi tento il “metodo cinese”: ⟪Ma come, non mi riconosci? Vengo qui tutti i giorni!⟫
Era solo un tentativo disperato, infatti bello bello ⟪Sono nuovo, ho iniziato oggi⟫, mi dice.
See, “nuovo”, t’avranno pescato dal cassonetto, me sembri er nonno de Dracula! Ma non gliel’ho detto, invece ho fantozzianamente ammesso le mie colpe: ⟪È passato tropo tempo, il mio pass si è decomposto. Non ce l’ho. Che si fa? Io devo andare al lavoro.⟫
Come c’era da aspettarsi ecco che il mio interlocutore tira fuori la soluzione a tutti i problemi, l’infallibile innovazione tecnologica che scaccia le tenebre dell’ignoto: il famigerato registro dei nomi.
Trattasi di un orrido foglio spiegazzato con su scarabocchiata una griglia e in cima scritture indecifrabili che tanto non vale la pena di sapere perchè sono sempre le stesse: nome e cognome, da dove vieni, dove vai, perché, numero di telefono, quanti siete, cosa portate, un fiorino.
Per vendetta glielo ho compilato tutto in inglese, ha ha tiè, divertiti adesso.
Per la cronaca il pass era nella tasca del cappotto, a casa, perché effettivamente è passato talmente tanto tempo che è cambiata la stagione e adesso porto la giacca.

visita

Proseguono i conflitti culturali tra oriente ed occidente, o per meglio dire tra mentalità cinese e mentalità italiota.
Ricevo una chiamata da un agitato capoccione in Italia che mi comunica la sua impellente necessità di venire a tutti i costi nell’ufficio cinese.
Gli rispondo che guarda, puoi venire quando vuoi ma una volta arrivato ti devi sparare le tue belle due settimane di quarantena in albergo e poi ti accoglieremo a braccia aperte.
Seguono i consueti strilli, accompagnati da rumori di bottoni della giacca strappati e piedi pestati.
Cosa che personalmente giudico abbastanza strana visto che, quando viene qui, questo tizio se ne sta rinchiuso in sala riunioni a fumare e scaldare la sedia.
Per farlo stare tranquillo gli dico che avrei esposto la situazione alla direzione dello stabile, chiedendo se ci fosse qualche modo per superare l’ostacolo.
Il giorno dopo arriva la risposta, che possiamo riassumere nei seguenti tre step.
1) Può venire quando vuole
2) PRIMA si fa la quarantena
3) DOPO può venire in ufficio
Il bello arriva quando comunico la notizia al capoccia, il quale prontamente fa la sua geniale proposta.
Non per niente è diventato un CAPO, indubbiamente grazie alle sue superiori qualità intellettive.
Attenzione allo straordinario acume dimostrato: propone di venire lo stesso e sgattaiolare di nascosto dentro lo stabile.
Gli dico che è stata lasciata aperta una porta sola, sorvegliata da una guardia; alla ripresa del lavoro a tutti è stato chiesto di dare le generalità e firmare, ci hanno dato un pass eccetera (vedi post precedente.)
Al che il CAPO dimostra la sua eccezionale competenza e padronanza della situazione: chiede quali potrebbero essere le conseguenze se decidesse di fottersene allegramente di tutto e tentare ugualmente la sorte.
Nessun problema, gli dico; probabilmente la guardia dietro insistenza di un CAPO, per di più straniero, ti lascerebbe passare. Solo che poi avviserebbe immediatamente il neighborhood committee, il quale manderebbe una squadra a controllare, ti troverebbe, ti caccerebbe a calci e chiuderebbe l’intero ufficio per settimane. Your choice.
Sembra che abbia capito…

pass

Oggi primo giorno di lavoro dopo l’insorgere del coronavirus.
Dove abitiamo noi non ci sono stati casi di isterismo; pochi contagiati, supermercati aperti, trasporti funzionanti.
Tutti vanno in giro con la mascherina, nelle strade si nota una certa tranquillità, tutto qua.
Le guardie del nostro compound (e di tutti gli altri, a quanto ne so) sono munite di termometro a infrarossi per misurare la temperatura al volo a quelli che entrano.
Giù nel parcheggio sotterraneo le ruote delle macchine in entrata vengono spruzzate di disinfettante (questo secondo me l’hanno copiato dall’Inghilterra quando c’era il foot-and-mouth).
Per entrare in ufficio ho dovuto dare i miei dati un paio di giorni fa; oggi mi hanno fatto firmare una “promessa” dove si dice che non sono pericoloso, mi hanno misurato la temperatura e mi hanno dato un pass.

La promessa

Il pass

passo

‘Stavolta passo’, così ho risposto sia pure con riluttanza ad un mio carissimo amico; mi aveva contattato con una proposta di import/export.
C’è rimasto male, e lo posso capire. E mi dispiace tanto, ma proprio non ce la faccio.
Poi, visto che la cosa si ripete periodicamente, vorrei ripetere qui alcune delle cose di cui poi abbiamo discusso, in forma di lettera aperta.

Carissimo, chiunque tu sia: produttore, artigiano, coltivatore, imprenditore, tu che disponi di tanti fantastici prodotti che vorresti vendere in Cina.
Prima di tutto, per favore abbandona la visione della Cina che ti è stata inculcata dalla propaganda mediatica italiana.
Seconda cosa, prendi carta e penna e segnati gli assiomi elencati qui di seguito.
Sono concetti importanti da tenere presenti ad ogni momento.

  1. Qui a NESSUNO interessano i tuoi prodotti, a meno che tu sia un marchio globale già affermato tipo la Nike, la Coca Cola, McDonald’s, Apple, Ferrari, insomma ci siamo capiti.
  2. Qui, se non sei qualcuno del calibro dei succitati, a NESSUNO interessa se fai roba buona e bella che costa poco o tanto, che tu abbia vinto premi o riconoscimenti, che tu abbia le galline allevate a terra, la tracciabilità, le etichette laser, DOP – DOC – IGP – DOCG o cos’altro.
  3. La dogana cinese esiste davvero, e i doganieri sono cattivi. A loro non interessa se già esporti in Giappone, in India o anche a Hong Kong. Il compito del doganiere cinese è di trovare delle scuse per non fare passare le tue cose, e nel riuscire nel suo intento egli prova intenso piacere.
  4. I prodotti fake li hanno inventati qui, e (sorpresa!) non li hanno inventati i cinesi. Li abbiamo inventati NOI, o meglio quelli di noi che pensando di essere più furbi degli altri sono venuti qui negli anni ’80 e ’90 a produrre a basso costo per poi rivendere a casa propria prezzi comunque astronomici, incassando fortune faraoniche e mandando in rovina economie, mercati del lavoro e famiglie, e basta così che se no poi dicono che sono polemico.
  5. La GDO è una mafia. Entrare è difficile anche per un cinese già bene introdotto e disposto ad oliare per bene i meccanismi a tutti i livelli. Per noi bianchetti è impossibile. Anche il più pidocchioso dei supermercati pone barriere insormontabili e ricatti del tipo che per esporre la tua roba devi comperare lo spazio sugli scaffali pagando in anticipo per un anno, poi se non vendi abbastanza (e quanto precisamente è questo abbastanza lo decidono LORO) prendi baracca e burattini e te ne vai, niente rimborsi.
  6. Il fatto che io viva qui e sappia la lingua non vuole dire che sia automaticamente in grado di piazzare un prodotto qualsiasi sul mercato e venderlo nel giro di 5 minuti. Se fosse così, andrei in giro in elicottero. Un elicottero d’oro tempestato di lapislazzuli. E lo stesso farebbero tutti gli altri che sono qui nella stessa mia situazione. E invece guarda un po’, pure noi tiriamo a campa’. Corollario: il prossimo che mi dice “Tanto sei già lì…” lo prendo a male parole.
  7. Supponiamo che invece venga trovato un venditore miracoloso. Il prodotto tira, tutti fanno soldi a palate, pacche sulle spalle, promozioni, champagne a fiumi. La doccia fredda: tutto questo può durare sei mesi, massimo un anno. Dopodiché il mercato sarebbe invaso di copie dello stesso prodotto ma a basso prezzo e qualità inferiore. “Eh ma tanto io ci ho la tecnologia brevettata, io! Non sono mica nato ieri, io! A me non mi frega nessuno!” Bravo, sei arrivato te! Hai dimenticato il venditore miracoloso: egli si affretterà a istituire una trading company a suo nome per poi vendere a se stesso la tua roba a prezzi stracciati che tanto tu comunque qualcosa guadagni e sei contento, e intanto ti frega il mercato rivendendo a prezzo alto e tenendosi i guadagni stellari. Attenzione: questo appena descritto è solo il più comune dei trabocchetti, ma fermiamoci un momento a considerare questa fondamentale verità: non esiste limite all’inventività del popolo cinese quando si tratta di scremare il grasso che cola.
  8. Se ti occupi di agroalimentare, cosmetici, saponi, medicinali, o qualsiasi altra cosa che ci somigli, smetti pure di leggere. Scava una buca e seppelliscitici. Nessuno può avere idea del significato di “barriera doganale” se non ha visto cosa succede qui. Io sì che lo so, che ho perso mesi e anni a fare avanti e indrè tra dogana e laboratori specializzati, a suon di analisi a livello di particelle subatomiche, traduzioni di etichette in quarantamila versioni, il tutto praticamente in ginocchio in modo da ingraziarmi i doganieri. Per poi arrivare alla conclusione che fin dall’inizio nessuno aveva la minima intenzione di lasciarmi andare avanti di un singolo passo. E a me è già andata bene! Conosco personalmente parecchi sfortunati che si sono ritrovati interi container di roba bloccati nei magazzini di sdoganamento. Una volta lì c’è poco da fare: o te la riporti a casa o la fai distruggere.
  9. “E buuuu, ma và, sei un disfattista, una vergogna, sei te che non sei capace”. Sarà anche vero, ma mi vanto di essere in illustrissima compagnia. Cari conterranei, ammettiamolo. Avete la memoria corta, e del revisionismo storico avete fatta un’arte sopraffina. Consiglio a tutti la seguente ricerca su goggolo: “Piazza Italia Pechino 2009″. Per i più pigri ecco una lista di link: china-files, winenews, corriereasia, mondocina, dagospia. Da tenere presente che “Piazza Italia 2009″ è stato solo uno tra i molti progetti del genere; probabilmente il più illustre e blasonato ma, come tutti gli altri, naufragato miseramente in mezzo alla vergogna e alle polemiche.