How to f**k the white monkey for fun & profit 101: case study #2

Eccoci qui per la seconda puntata della nostra divertente rubrica.
L’argomento di oggi è la registrazione del marchio, argomento di cui si era già parlato qui.
Per farla breve, nel Celeste Impero la tutela della Proprietà Intellettuale esiste e funziona, ma attenzione!
Non è che siccome io mi chiamo Prada allora ho diritto di prelazione sul marchio. Invece, vince chi arriva prima!
Per esempio se ancora non fosse stato fatto da nessuno, nulla vieterebbe ad un qualsiasi Celeste di andare all’ufficio brevetti e registrare il marchio “NASA” oppure “Apple” come se fosse roba sua.
In effetti questo è proprio quello che è successo per iPhone e iPad, e Apple ha dovuto pagare fior di milioni per avere il diritto di usare i propri marchi nella Terra di Mezzo (approfondimenti sull’incredibile vicenda sono disponibili a palate, per esempio qui, qui e qui ).
Questo principio viene abitualmente sfruttato da patent troll professionisti agguerritissimi che registrano marchi stranieri a camionate, sognando il momento in cui potranno raccogliere i frutti delle loro fatiche.
Sento qualcuno dalle file alte della platea urlare “Ma quali fatiche! Sono tutti imbroglioni!”
Eehhh… si fa presto a dire imbroglioni… dipende dai punti di vista.
Dal loro punto di vista si tratta di un lavoro come un altro. il sistema lo permette, perché non approfittarne?
È come dire ad un tassista italiano che si sta approfittando della sua posizione per estorcere tariffe astronomiche, oppure dire ad un politico italiano che non si fa cadere il governo solo per interessi personali, e allora? Chi è l’imbroglione?
Comunque, politici a parte, dura è la vita di chi volesse cautelarsi contro i patent troll.
Non esistono siti gratuiti per fare ricerche, a parte cose come China Trade Mark Office che però offre delle funzionalità piuttosto limitate.
Una ricerca seria può essere condotta solo da uno studio legale, e anche lì sono soldoni.
Nel frattempo il troll accumula registrazioni di marchi, accumula, accumula fino al momento in cui il legittimo proprietario del marchio decide di muoversi sul mercato cinese… allora sì che inizia il pianto e lo stridor di denti.
Ora per le aziende del calibro di Apple il problema si pone dal punto di vista degli investimenti e dei profitti, della serie: “Quanto sono disposto a pagare per avere accesso al mercato cinese che è il più grande del mondo eccetera, e quanti soldoni ci potrò ricavare?”.
La musica è diversa per chi non sia un titano dell’Olimpo, anche se qualcuno ci si mette lo stesso: è il caso di Manolo Blahnik, di cui da vero ignorante di tendenze di moda ho scoperto l’esistenza grazie a questo articolo sul Corriere.
Fermiamoci un momento ad osservare un minuto di silenzio: 22 anni? VENTIDUE ANNI?

V E N T I D U E   A N N I  ? ?

How to f**k the white monkey for fun & profit 101: Introduzione e primo case study

Vorrei oggi iniziare una serie di post raccontando vari imbrogli a cui ho avuto il privilegio di assistere qui nel Regno Di Mezzo.

Vorrei però fare una premessa, e cioè che si tratta di “prove circostanziali“, cioè non provano con certezza la colpevolezza di nessuno e in particolare modo non puntano nessun dito contro caratteristiche specifiche di nessun popolo in particolare.

In soldoni: io queste cose le ho viste in Cina perché ci abito, ma sicuramente succedono in ogni altra parte del mondo.

Bando agli indugi e andiamo ad incominciare con il primo e senza dubbio più diffuso caso.

La copia del prodotto

Chi non ha sentito parlare della “copia cinese”?

I cinesi copiano tutto, ormai questa frase è entrata di prepotenza nella coscienza collettiva dell’intero pianeta.

Secondo me però manca un pezzo. La frase completa dovrebbe essere:

I cinesi copiano tutto e producono la stessa cosa a minor prezzo.

Parliamoci chiaro, senza le copie cinesi ci ritroveremmo tutti a pagare cifre improponibili per qualsiasi cosa.

Il grido unanime che da anni rimbalza su tutti i media non è che una delle sfaccettature del cristallo; guarda caso quello che viene stigmatizzato è proprio quello che fa comodo alle persone normali, ma che dà molto, anzi moltissimo fastidio a chi tiene le redini del gioco.

In realtà c’è molto di più in ballo, infatti al grido aggiungerei un ulteriore pezzo:

I cinesi copiano tutto e producono la stessa cosa a minor prezzo mandando all’aria i piani di multinazionali e avidi imprenditori.

Già mi sembra di sentire in risposta la solita fila di strilli, sempre gli stessi:

  1. “Ci rubano il lavoro!”
  2. “Fanno concorrenza sleale!”
  3. “Si prendono il nostro Know-How!”

Ebbene cari, preziosi lettori: al 99% è colpa nostra.

Questo “colpa nostra” chiaramente non è colpa delle persone normali che lavorano e che non hanno voce in capitolo; piuttosto dovrei dire per dire “colpa dell’occidente”, o meglio “colpa degli imprenditori occidentali”, in quanto sono stati loro ad inventarsi la globalizzazione.

Alla ricerca di profitti sempre più imponenti generazioni di industriali hanno creato una bestia senza testa che ha sfasciato mercati, famiglie e intere nazioni.

Certo sembrava una bellissima idea. Me lo immagino il consiglio d’amministrazione, tutti a grattarsi la testa perché non saltavano fuori i soldi per farsi lo yacht o l’elicottero. Finché a qualcuno non si è accesa la lampadina sopra alla testa: “Ci sono! È semplicissimo! Spostiamo la produzione in qualche Paese di straccioni che si accontentino di lavorare per due lire, così noi qua vendiamo allo stesso prezzo di prima e diventiamo miliardari”.

Applausi scroscianti. Lo stagista: “Come la mettiamo con le leggi che regolamentano l’inquinamento, i diritti dei lavoratori eccetera?”

Amministratore delegato: “Tanto là non hanno tutte queste leggi, e poi siamo comunque già esperti nello sfruttare buchi e loophole legali di tutti i tipi a suon di mazzette.”

Stagista: “Sì ma il fatto che le leggi in Cina magari su certi aspetti sono più permissive potrebbe rivoltarsi contro di noi quando sarà il momento di difendere la nostra proprietà intellettuale!”

Amministratore delegato: [preme un bottone]

Stagista: “Auggghhh!!” [sparisce dentro ad una botola]

Questo vale non solo per l’Italia e la Cina ma anche per tutti gli altri , chiaramente, dove il “cummenda” di turno ha pensato di essere più avanti degli altri.

Certo gli operai che hanno perso il lavoro nel Paese di origine hanno incominciato a soffrire subito, all’inizio del processo, ma tanto cosa vuoi che sia… bisogna stare al passo con i tempi, il mondo va avanti, chi si ferma è perduto, la concorrenza, le tasse, governo ladro e tutte le altre scuse per giustificare una cosa sola: i profitti.

Tutto bello, soldi a palate i primi anni, peccato che la cosa ora gli si sia ritorta contro e ora gli stessi sedicenti imprenditori dopo essersi fatti ville e yacht ora piangono come maiali sgozzati dando la colpa ai “cattivi cinesi”.

Gli imprenditori e gli industriali insorgono: “Facile sparare a zero contro di noi, visto che sei tanto furbo diccelo tu cosa dovevamo fare contro la concorrenza, le tasse, governo ladro, &c.”

Ma che volete da me, io sono solo un pirlotto che scrive sul suo blog, di certo non posso essere io a darvi soluzioni o assoluzioni.

Quello che so è che la musica era questa: “Vieni, vieni, mettila qua la tua fabbrichetta, ti vendiamo il terreno per poche noccioline e non ti facciamo pagare tasse per tre anni, facciamo la Joint Venture e ti tieni anche il 51%”…

Beh io un pochino pochino mi sarei insospettito. Non vi era proprio manco passato per l’anticamera del cervello che questi qua poi avrebbero imparato a fare le stesse cose e avrebbero aperto un’altra fabbrichetta proprio uguale di fianco alla vostra?

Indovina un po’, è successo proprio questo, e se dovessi scegliere una scontata massima di saggezza popolare per rispondere a certi strilli da checca direi: “Chi è causa del suo mal pianga se stesso”.

Comunque, tanto per continuare con le massime popolari, inutile piangere sul latte versato. Piuttosto, recentemente sono emersi peraltro delle interessanti tendenze a sfruttare la cosa a proprio vantaggio da parte proprio delle aziende straniere.

Pare che qualcuno, stufo di vedere i propri prodotti apparire sul mercato a prezzi stracciati, si sia messo a diffondere dei design preliminari chiedendo degli studi di fattibilità.

In questi casi la macchina delle copie cinesi si mette in moto alla velocità della luce e il design preliminare viene prototipizzato, industrializzato, vengono corretti eventuali errori, migliorate le prestazioni, ed ecco che in men che non si dica il prodotto finito appare sul mercato cinese grazie ad Aliyun, Taobao et similia.

A questo punto i proponenti originali non devono fare altro che comprare direttamente le copie cinesi e diffonderle sul mercato della propria nazione, avendo così risparmiato tempo e denaro. Neat!

Un’altra astuta contromossa per proteggere i propri prodotti invece consiste nel mandare in Cina disegni profondamente sbagliati, che portino a prodotti a malapena funzionanti, solo per dare un po’ di fumo negli occhi alla concorrenza cinese e intanto sviluppare altrove il proprio design di qualità nettamente superiore che può a questo punto apportare lustro e profitti all’azienda.

Also neat, direi…

panino

Ecco qui una storia capitata abbastanza in là nel passato, tanto da poter essere raccontata senza timori di rappresaglie.

È una storiella di ingenuità e di “reverse cultural shock”, con dei contorni inquietanti riguardo la deprimente situazione del substrato industriale nella nostra povera Terra dei Cachi.

All’epoca facevo il grande Manager in un sito produttivo cinese di un’azienda italiana.

Come era prassi in quei tempi, c’era un continuo andirivieni di colleghi italiani che venivano a farsi la vacanzetta con le scuse più improbabili.

Gli alti papaveri reggevano loro bordone molto volentieri, essendo terrorizzati notte e giorno dal pensiero non poter mantenere il controllo visivo sulla filiale del Celeste Impero. Certo mandare qualche tirapiedi non era la soluzione più preferibile, ma sempre meglio che avere uno sconosciuto a gestire la “fabbrichetta” in completa autonomia, brrr che paura!

Ora succede che normalmente questi colleghi alloggiavano nell’unico albergo della città che avesse una qualche pretesa di internazionalità, vale a dire scarichi della doccia funzionanti, caffé a colazione, eccetera (per approfondimenti si veda il post sugli alberghi in Cina).

Purtroppo questo albergo stava a distanza considerevole dal suddetto sito produttivo, un inconveniente che regolarmente agli inizi del processo di investimento nell’Impero viene considerato di poco conto, soprattutto paragonato ai concreti vantaggi della cosiddetta “zona industriale”: solitamente una landa maledetta sperduta in mezzo a qualche deserto ma dove i costi sono ridicoli e le tasse assenti (per i primi 3 anni o giù di lì).

La conseguenza si concretizzava in un fitto andirivieni di taxi da e per l’albergo, cosa che chiaramente incideva parecchio sull’effettivo tempo passato in azienda dal personaggio di turno ma che ci vogliamo fare, tanto si sapeva dall’inizio quanto a tutti piacesse questo genere di vacanza.

Il problema vero era che le spese di tutto questo erano a carico del sito produttivo cinese, i.e. chi doveva fare quadrare il budget ero io e il fatto di dover pagare le vacanze in albergo a chicchessia mi indisponeva non poco.

Portando in scena il mio (considerevole, lo ammetto) carico di ingenuità di cui si parlava all’inizio, mi ero adoperato quindi per trovare un albergo più vicino al sito produttivo, e dove una camera si potesse prendere a prezzi (diciamocelo pure) “cinesi”.

Dopo avere chiesto in giro, alla fine la mia orbita mi aveva portato in uno stupendo, almeno ai miei occhi, albergo tipicamente cinese, vale a dire lastricato di marmi pregiati (ma finti), ornato da imponenti sculture (di cartongesso) e servito da una folta schiera di personale dalle impeccabili uniformi.

Ora solitamente gli inservienti degli alberghi del Celeste Impero si presentano sì numerosi e fasciati in sfarzose uniformi, per poi però rivelare ben poca competenza rivelandosi quasi sempre assunti il giorno prima e comunque poco disposti alla collaborazione. La cosa che mi aveva colpito di più di questo albergo era invece che tutti sembravano super professionali e ansiosi di avermi come cliente, cosa forse dovuta al fatto che probabilmente fino a qual momento avevano visto degli stranieri solamente in cartolina.

Le camere poi erano assolutamente convincenti: docce pulite e funzionanti, televisione con mega schermo , sfarzosi tendaggi alle finestre… Il pacchetto completo insomma.

Va detto che la televisione aveva solo canali in cinese, ma mi sembra di ricordare che ci fosse anche HBO o qualcosa del genere.

Tutto contento avevo subito organizzato una “convention”, assicurandomi prezzi scontati a fronte di un utilizzo regolare; di seguito avevo avvisato la madrepatria, millantando concreti vantaggi, risparmio di tempo e denaro, insomma risi, bisi ed petardi con coriandoli.

Passa un po’ di tempo, ed ecco per qualcuno dal Bel Paese arriva il momento delle vacanze in Cina.

“Molto bene”, dico io, “mando l’autista a prenderti in aeroporto.”

Primo errore: non sono andato di persona in aeroporto. Ma insomma questo qua arrivava tardi, i’ tengo famigghia, l’aeroporto era lontanissimo… Un vecchio amico era venuto a trovarmi. Mi avevano rubato la macchina. Un terremoto! Una terribile inondazione! Locuste! Non è stata colpa mia! (vado a memoria, grandissimo John Belushi)

Fossi andato io di persona avrei forse potuto mitigare, negoziare.. o forse no, chissà.

Secondo errore: ho tenuto il cellulare acceso tutta la notte.

Fu veramente un errore? Oppure già mi aspettavo che succedesse qualcosa? Sagacia preventiva?

Fattostà che verso le 23 ricevo una chiamata da fisso, e con occhi impastati dal sonno (di solito vado a letto molto presto) mi ritrovo nel buio a fissare sul display il numero dell’albergo.

Vabbè taglierò corto sugli squittii da primadonna che mi sono dovuto sorbire quella sera, praticamente era successo che il nostro eroe dei due mondi era arrivato in albergo affamato e non era riuscito a comunicare le sue pene al personale.

(Una successiva investigazione scoprirà che dopo avere intuito che le cucine dell’albergo erano chiuse, ad un certo punto si sia messo nella hall ad urlare “Un panino! Hamburger! Panino!”)

Il nostro personaggio si era quindi scapicollato all’esterno credendo di trovare chissà quali viali illuminati dalle insegne di McDonald’s, KFC e simili, per trovarsi invece avvolto dalle più minacciose tenebre.

Solo chi ha camminato di notte per le periferie cinesi può capire cosa intenda, comunque basti dire che anche fuori dall’albergo il novello Conte Ugolino non trovò di che soddisfare le sue brame. Personalmente però non credo che abbia fatto tanta strada all’esterno, perché so per certo che voltato l’angolo c’era almeno uno di quei convenience store aperto 24h tipo 7/11.

Morale, dopo avere dovuto dovuto ingoiare una fila di rospi sono dovuto andare a prelevarlo di persona da questo “ignobile postaccio” e portarlo al “solito” albergo, quello di sempre, e ristabilire l’antica consuetudine.

Molte e diverse sono le vicissitudini seguite a questo episodio, ma questo post è già troppo lungo; forse prima o poi ne farò seguire un altro.