How to f**k the white monkey for fun & profit 101: case study #4

Questo di cui andiamo a parlare oggi è un altro super classicone, riproposto in mille salse alla scimmietta bianca di turno che regolarmente poi ci casca sempre.
Riprendiamo un attimo i personaggi dell’ultimo capitolo, in particolare il Brambillesco protagonista della vicenda che ad un certo punto arriva al limite e dopo avere subito un’ultima spudorata truffa, con espressione corrucciata e minacciosa decide che Mr. W. non risponde alla bisogna.
Dopo tutti i soldi dolorosamente estratti dal portafogli manco fossero altrettanti denti del giudizio, gli utili derivanti da quello che tutti sanno essere “Il mercato più grande del mondo” sono a dir poco striminziti, e questo significa solamente che Mr. W. non è proprio capace.
Ora il nostro eroe Mr. Bramb non è certo uno stupido, dopotutto si è fatto da solo partendo dal nulla e la gavetta eccetera, quindi sospetta che l’agente cinese stia facendo il furbo.
Per rimediare alla questione non c’è altro da fare che mandarlo a quel paese e cambiare agente.
La questione è presto risolta, e senza nemmeno troppi battibecchi; anzi Mr. W. sembra fin troppo accomodante.
Ma tent’è, è la dimostrazione che i sindacati incarnano il male supremo, vedi che in Cina non ci sono e funziona tutto così liscio!
Altro che diritti del lavoratore, contratti di settore e ammortizzatori sociali!
Non vai bene? Via, chi s’è visto s’è visto! Bisogna imparare da questi cinesi!
Ecco dunque che il Brambilla riparte alla ricerca di un nuovo agente.
Stavolta sta più attento, ne sente parecchi, magari si fa aiutare da qualche studio, e alla fine trova il candidato adatto: Mr. Y.
Senza troppe pretese, modesto, aria efficiente, sguardo arzillo: preso!
Dopo la solita manfrina burocratica, ecco che partono i primi container.
Quello che il signor Brambilla non sa è che Mr. Y. è un agente della concorrenza: il settore si sta espandendo, qualche impresa cinese ha aspirazioni sul mercato e vuole minimizzare il più possibile le interferenze esterne.
Nel nostro caso, al 95% si tratta dello stesso Mr. W., il precedente agente, che oramai si è fatto una posizione e vuole mantenerla.
Ecco l’inghippo: Mr. Y. lavora per Mr. W., anzi probabilmente ne è il fratello o il cugino, e non ha alcuna intenzione di vendere i Brambilleschi prodotti, di espandere il mercato o di fare alcunché per aiutare la Cobram.
Anzi, tutto il contrario: Mr. Y. terrà i container di prodotti bene al sicuro in qualche magazzino, o al massimo li farà avere a Mr. W., che li venderà come propri.
Cosa ci guadagnano Mr. Y. e Mr. W.? È presto detto: guadagnano tempo prezioso per migliorare la propria posizione di mercato, eliminando sul nascere un pericoloso avversario.
Questo giochino di norma può andare avanti per un anno o giù di lì, dopodiché si potranno presentare diversi scenari:

  1. Bramb capisce che entrare nel mercato cinese non è così elementare e getta la spugna leccandosi le ferite. Mr. Y. e Mr. W. ridono di gusto.
  2. Bramb fa fuoco e fiamme e cerca giustizia tra avvocati e tribunali cinesi. Mr. Y. e Mr. W. si spaccano proprio dalle risate, perché Bramb è destinato a rimanere con un pugno di mosche in mano.
  3. Bramb monta una invasione in grande stile, mandando le sue persone in loco invece di affidarsi ad agenti. Buona fortuna! Dovranno combattere con Mr. Y. e Mr. W., che ormai hanno imparato quello che c’era da imparare e ora sono agguerriti leader di mercato.
  4. Bramb capisce che non ha modo di batterli, e si unisce a loro con qualche tipo di accordo commerciale. Mr. Y. e Mr. W. si fregano le mani, perché per loro questo significa che arriveranno altre occasioni per fare fesso il Bramb.

Tutta la storia potrebbe sembrare troppo carica di negatività; purtroppo è quello che ho visto accadere già troppe volte.
Ai posteri l’ardua sentenza…

Novella 24

“什么事?”

«Che c’è?»

“少跟我贫嘴。你明白我说的什么事。”

«Ma piantala. Lo sai benissimo di cosa sto parlando.»

  • 贫嘴 (Pínzuǐ) “loquace”

“我就没听您说过,什么事靠得住。”小瞎子又偷偷地笑。

«Non ti ho mai sentito parlarne prima, niente di concreto.» Il ragazzo si concesse un segreto sorriso.

  • 靠得住 (kàodézhù) “affidabile”, come 可靠

老瞎子没理他,骨头一样的眼珠又对着苍天。那儿,太阳正变成一汪血。

Il vecchio lo ignorò, mentre nuovamente volgeva al cielo i suoi occhi simili a ossa. Lassù, il sole si stava trasformando in una polla di sangue.

  • (lǐ) significa un sacco di cose e viene usato qui nell’accezione 不理+oggetto (Bù lǐ) che significa “Ignorare, non dare peso a”

两面脊背和山是一样的黄褐色。

Entrambi i lati della schiena e la montagna erano dello stesso colore giallo ocra.

一座已经老了,嶙峋瘦骨象是山根下裸露的基石。

Un vecchio e rugoso elefante fa da nudo basamento tra le radici della montagna.

  • 嶙峋 (línxún ) “rugoso”
  • 瘦骨 (shòu gǔ ) “magrissimo”
  • (xiàng ) “elefante”
  • 裸露 (luǒlù ) “scoperto, esposto, messo a nudo”
  • 基石 (jīshí) “fondamenta, pietra angolare”

另一座正年青。老瞎子七十岁,小瞎子才十七。

L’altro era giovane. Il vecchio aveva settant’anni, il giovane diciassette.

小瞎子十四岁上父亲把他送到老瞎子这儿来,这是让他学说书,这辈子好有个本事,将来可以独自在世上活下去。

Quando il ragazzo aveva 14 anni il padre lo mandò dal vecchio per imparare a fare il cantastorie, in modo che avesse un mestiere, un modo per cavarsela una volta solo al mondo.

老瞎子说书已经说了五十多年。

Il vecchio aveva fatto il cantastorie per più di cinquant’anni.

这一片偏僻荒凉的大山里的人们都知道他:头发一天天变白,背一天天变驼,年年月月背一三弦琴满世界走,逢上有愿出钱的地方就动琴弦唱一晚上,给寂寞的山村带来欢乐。

Tra queste desolate montagne la gente lo conosce bene: capelli sempre più bianchi di giorno in giorno, schiena sempre più ingobbita fino a sembrare quella di un cammello, anno dopo anno, mese dopo mese a portare il suo violino in giro per il mondo; dovunque ci sia pubblico pagante lui farà cantare il suo violino tutta la notte, portando gioia agli sperduti villaggi di montagna.

开头常是这么几句:“自从盘古分天地,三皇五帝到如今,有道君王害黎民。

La sua introduzione è sempre uugale: “Fin da quando Pangu ha diviso il mondo, dall’era dei tre sovrani e dei cinque imperatori fino ad oggi, c’è stato un re che ha danneggiato il popolo.

  • 盘古分天地 (Pángǔ fēn tiāndì) spesso 盘古开天 (Pángǔ kāi tiān) “Pangu divide cielo e terra”: uno dei miti cinesi della creazione, nel quale il gigante Pangu porta ordine nell’universo primordiale caotico separando il cielo dalla terra con un colpo della sua ascia.
  • 三皇五帝 (sān huáng wǔ dì) “tre sovrani e cinque imperatori”: i leggendari sovrani dei tempi più remoti, sineddoche per indicare i tempi antichi.
  • 黎民 (límín) “il popolino, il popolo comune”

轻轻弹响三弦琴,慢慢稍停把歌论,歌有三千七百本,不知哪本动人心。”

Si sfiora il violino, ci si ferma a discutere delle storie, ce ne sono 3.700 e non so quale ti potrà toccare il cuore.”

于是听书的众人喊起来,老的要听董永卖身葬父,小的要听武二郎夜走蜈蚣岭,女人们想听秦得莲。

Qui gli spettatori iniziavano a gridare: quelli anziani volevano sentire la storia di Dong Yong che vendeva il corpo per seppellire suo padre, quelli giovani volevano sentire Wu Erlang andare di notte sulla cresta del Centopiedi, e le donne volevano sentire di Qin Delian.

  • 董永卖身葬父 (Dǒng yǒng màishēn zàng fù) La storia di Dong Yong, un giovane che perse la madre e successivamente anche il padre. Dong Yong vendette il suo corpo a una ricca famiglia come schiavo in cambio delle spese del funerale.
  • 武二郎夜走蜈蚣岭 (Wǔ èrláng yè zǒu wúgōng lǐng): famoso episodio del classico 水浒传 (Shuǐhǔ zhuàn) “I Briganti della palude”
  • 秦得莲 (Qín Délián): la protagonista di un nota (e lacrimevole) romanzo d’amore ambientato ai tempi della dinastia Song settentrionale

How to f**k the white monkey for fun & profit 101: case study #3

Questo è un classicone, l’ho visto con i miei occhi già parecchie volte.
Ne avevo già parlato di sfuggita in un altro post, ma qui vorrei dare qualche dettaglio in più.
Per immedesimarci meglio un questo scenario mi inventerò un tipico imprenditore italiano, che chiamerò Mr. Brambilla.
Mr. Corrado Brambilla è fondatore e principale azionista della ditta Cobram (COrrado BRAMbilla, geniale, me lo dico da solo), che supporremo produrre accessori per la casa.
Il nostro eroe una notte di mezza estate fa un bel sogno, e la mattina dopo raduna tutti gli stagisti, co.co.co, consulenti e schiavi vari della sua fabbrichetta (accento da milanese imbruttito) perché ha deciso che vuole “Andare in Cina”.
Mr. Brambilla è ben conscio delle difficoltà, essendosi ampiamente consultato con i soci dell’associazione industriali, i quali hanno fatto a gara nell’esporre i propri successi nella Terra di Mezzo.
Tuttavia, avendo i braccini corti corti che praticamente le mani gli escono dalle ascelle, non intende investire più di tanto del suo prezioso capitale, figuriamoci, con tutta la fatica che ha fatto ad accumularlo a suon di dichiarazioni fasulle, frodi, sfruttamento dei dipendenti e bassezze varie.
D’altronde l’occasione è troppo ghiotta: davanti a sé tutto assume una consistenza evanescente e sembra svanire nel nulla, mentre campeggia un enorme striscione con scritto “Il mercato più grande del mondo“, e questo striscione gli blocca la vista, non riesce a vedere niente altro.
Probabilmente lo striscione gli entra anche nelle orecchie, perché il nostro imprenditore è sordo a qualsiasi obiezione.
A nulla valgono le caute proteste dei suoi sottoposti, che continuano ad annoiarlo con propositi senza senso quali costose ricerche di mercato, noiosi piani di fattibilità, addirittura fogli Excel pieni delle detestate pivot table, come se non lo sapessero che a lui che si è fatto da solo senza tutte queste stramberie elettroniche certe cose danno proprio fastidio.
Egli incede imperioso sulla moquette grigia degli uffici, attraversando i corridoi come come un treno imbizzarrito, come un cavallo deragliato, e niente potrà distoglierlo dal suo proposito e da tutti i soldoni che stanno per piovergli in tasca.
Aggiungiamo che l’idea di mandare i suoi schiavetti all’altro capo del mondo a farsi le vacanze pagata a sue spese gli fa venire l’itterizia, perché si sa che appena un sottoposto esce dal suo cubicolo gli vengono idee strane tipo la trasferta pagata o (che il Cielo me ne scampi e sgombri!) l’aumento.
Ecco la soluzione, ecco il genio che ha distinto il Brambilla da tutti gli altri e lo ha fatto diventare un imprenditore: andrà lui stesso ad una fiera del settore, e lì cercherà un agente.
È l’uovo di Colombo! Costo risibile, tanto si sa che i cinesi lavorano per un tozzo di pane; ampi margini assicurati, perché si sa che in Cina il design italiano va di moda.
Detto fatto, il Brambilla si precipita in Cina. Il suo acume viene presto premiato, e presto una fila di aspiranti agenti fa la fila davanti a lui.
Resta solo da scegliere quello che pretende lo stipendio più basso. L’agente prescelto sarà chiamato Mr. W.
Al suo ritorno nel Bel Paese il Brambilla si frega le mani soddisfatto: questo sì che è un colpo gobbo! Mr. W è veramente disposto a lavorare per un tozzo di pane!
Passa un po’ di tempo. Il solerte Mr. W mette su un ufficetto in qualche posto in Cina e organizza una spedizione dalla casa madre, aiutato dai sottoposti italiani.
E poi un’altra! Ma quanto è bravo questo Mr. W! Magari i sottoposti italiani fossero tutti così, pensa il Bramby mentre si guarda attorno sconsolato…
A fine trimestre il Brambilla freme dall’eccitazione mentre ordina di calcolare i lauti guadagni realizzati in Cina. Con mani tremanti si accinge a leggere l’ultima cifra in basso al foglio stampato di fresco.
Ma cos’è ‘sta roba? C’è stato un errore! Preparare le ghigliottine, qui rotoleranno delle teste!
Ma di errore non si tratta. Non di un errore di calcolo, almeno. Sta di fatto che i tanto fantasticati margini non sono enormi come si credeva, anzi non sono nemmeno accettabili, diciamoci pure che sono risibili!
Come è possibile? Si chiami subito quel traditore di Mr. W. per una esauriente spiegazione!
Mr. W., poveretto, accampa scuse dopotutto plausibili: i prodotti sono nuovi, è difficile piazzarli, c’è tanta concorrenza, bisogna abituare la gente al prodotto, eccetera, eccetera.
Vabbè, mugugna il Brambilla, intanto le vendite ci sono… è già un inizio, non può che migliorare.
E magari la situazione migliora, certo. Ogni tanto una vendita andata a buon fine fa palpitare il Brambillesco corazon, e intanto le spedizioni proseguono con ritmo stabile e serrato.
Quello che il Brambilla non immagina è che la maggior parte delle vendite sono effettuate per pochi soldi ad una o più società fittizie di proprietà di Mr. X e dei suoi familiari.
Le vendite con i margini alti non sono che dei contentini che l’astuto W. ogni tanto elargisce al nostro imprenditore solo per convincerlo a continuare la commedia.
Intanto i margini rimangono nelle capaci tasche dell’agente, e se il mercato risponde bene ci sarà tempo per mettere su una fabbrichetta e produrre accessori identici a quelli Brambilleschi, con tanto di marchi e certificati di garanzia.
Finché la cosa va avanti lasciamola andare, è la filosofia di W.
Cosa succederà quando e se il Bramb si accorgerà dell’inganno?
Mr. W. non ci pensa nemmeno. Per intanto si fanno soldoni, si acquista notorietà ed esperienza, si allacciano preziosi contatti, insomma ci si fa un nome di tutto rispetto.
E poi quel che sarà sarà, alla peggio andrà tutto a gambe all’aria e si ricomincerà da un’altra parte.
La Cina è grande e di Brambilli è piano il mondo.
Cosa potrà mai fare il Bramb?
(hint: NIENTE)

How to f**k the white monkey for fun & profit 101: case study #2

Eccoci qui per la seconda puntata della nostra divertente rubrica.
L’argomento di oggi è la registrazione del marchio, argomento di cui si era già parlato qui.
Per farla breve, nel Celeste Impero la tutela della Proprietà Intellettuale esiste e funziona, ma attenzione!
Non è che siccome io mi chiamo Prada allora ho diritto di prelazione sul marchio. Invece, vince chi arriva prima!
Per esempio se ancora non fosse stato fatto da nessuno, nulla vieterebbe ad un qualsiasi Celeste di andare all’ufficio brevetti e registrare il marchio “NASA” oppure “Apple” come se fosse roba sua.
In effetti questo è proprio quello che è successo per iPhone e iPad, e Apple ha dovuto pagare fior di milioni per avere il diritto di usare i propri marchi nella Terra di Mezzo (approfondimenti sull’incredibile vicenda sono disponibili a palate, per esempio qui, qui e qui ).
Questo principio viene abitualmente sfruttato da patent troll professionisti agguerritissimi che registrano marchi stranieri a camionate, sognando il momento in cui potranno raccogliere i frutti delle loro fatiche.
Sento qualcuno dalle file alte della platea urlare “Ma quali fatiche! Sono tutti imbroglioni!”
Eehhh… si fa presto a dire imbroglioni… dipende dai punti di vista.
Dal loro punto di vista si tratta di un lavoro come un altro. il sistema lo permette, perché non approfittarne?
È come dire ad un tassista italiano che si sta approfittando della sua posizione per estorcere tariffe astronomiche, oppure dire ad un politico italiano che non si fa cadere il governo solo per interessi personali, e allora? Chi è l’imbroglione?
Comunque, politici a parte, dura è la vita di chi volesse cautelarsi contro i patent troll.
Non esistono siti gratuiti per fare ricerche, a parte cose come China Trade Mark Office che però offre delle funzionalità piuttosto limitate.
Una ricerca seria può essere condotta solo da uno studio legale, e anche lì sono soldoni.
Nel frattempo il troll accumula registrazioni di marchi, accumula, accumula fino al momento in cui il legittimo proprietario del marchio decide di muoversi sul mercato cinese… allora sì che inizia il pianto e lo stridor di denti.
Ora per le aziende del calibro di Apple il problema si pone dal punto di vista degli investimenti e dei profitti, della serie: “Quanto sono disposto a pagare per avere accesso al mercato cinese che è il più grande del mondo eccetera, e quanti soldoni ci potrò ricavare?”.
La musica è diversa per chi non sia un titano dell’Olimpo, anche se qualcuno ci si mette lo stesso: è il caso di Manolo Blahnik, di cui da vero ignorante di tendenze di moda ho scoperto l’esistenza grazie a questo articolo sul Corriere.
Fermiamoci un momento ad osservare un minuto di silenzio: 22 anni? VENTIDUE ANNI?

V E N T I D U E   A N N I  ? ?

How to f**k the white monkey for fun & profit 101: Introduzione e primo case study

Vorrei oggi iniziare una serie di post raccontando vari imbrogli a cui ho avuto il privilegio di assistere qui nel Regno Di Mezzo.

Vorrei però fare una premessa, e cioè che si tratta di “prove circostanziali“, cioè non provano con certezza la colpevolezza di nessuno e in particolare modo non puntano nessun dito contro caratteristiche specifiche di nessun popolo in particolare.

In soldoni: io queste cose le ho viste in Cina perché ci abito, ma sicuramente succedono in ogni altra parte del mondo.

Bando agli indugi e andiamo ad incominciare con il primo e senza dubbio più diffuso caso.

La copia del prodotto

Chi non ha sentito parlare della “copia cinese”?

I cinesi copiano tutto, ormai questa frase è entrata di prepotenza nella coscienza collettiva dell’intero pianeta.

Secondo me però manca un pezzo. La frase completa dovrebbe essere:

I cinesi copiano tutto e producono la stessa cosa a minor prezzo.

Parliamoci chiaro, senza le copie cinesi ci ritroveremmo tutti a pagare cifre improponibili per qualsiasi cosa.

Il grido unanime che da anni rimbalza su tutti i media non è che una delle sfaccettature del cristallo; guarda caso quello che viene stigmatizzato è proprio quello che fa comodo alle persone normali, ma che dà molto, anzi moltissimo fastidio a chi tiene le redini del gioco.

In realtà c’è molto di più in ballo, infatti al grido aggiungerei un ulteriore pezzo:

I cinesi copiano tutto e producono la stessa cosa a minor prezzo mandando all’aria i piani di multinazionali e avidi imprenditori.

Già mi sembra di sentire in risposta la solita fila di strilli, sempre gli stessi:

  1. “Ci rubano il lavoro!”
  2. “Fanno concorrenza sleale!”
  3. “Si prendono il nostro Know-How!”

Ebbene cari, preziosi lettori: al 99% è colpa nostra.

Questo “colpa nostra” chiaramente non è colpa delle persone normali che lavorano e che non hanno voce in capitolo; piuttosto dovrei dire per dire “colpa dell’occidente”, o meglio “colpa degli imprenditori occidentali”, in quanto sono stati loro ad inventarsi la globalizzazione.

Alla ricerca di profitti sempre più imponenti generazioni di industriali hanno creato una bestia senza testa che ha sfasciato mercati, famiglie e intere nazioni.

Certo sembrava una bellissima idea. Me lo immagino il consiglio d’amministrazione, tutti a grattarsi la testa perché non saltavano fuori i soldi per farsi lo yacht o l’elicottero. Finché a qualcuno non si è accesa la lampadina sopra alla testa: “Ci sono! È semplicissimo! Spostiamo la produzione in qualche Paese di straccioni che si accontentino di lavorare per due lire, così noi qua vendiamo allo stesso prezzo di prima e diventiamo miliardari”.

Applausi scroscianti. Lo stagista: “Come la mettiamo con le leggi che regolamentano l’inquinamento, i diritti dei lavoratori eccetera?”

Amministratore delegato: “Tanto là non hanno tutte queste leggi, e poi siamo comunque già esperti nello sfruttare buchi e loophole legali di tutti i tipi a suon di mazzette.”

Stagista: “Sì ma il fatto che le leggi in Cina magari su certi aspetti sono più permissive potrebbe rivoltarsi contro di noi quando sarà il momento di difendere la nostra proprietà intellettuale!”

Amministratore delegato: [preme un bottone]

Stagista: “Auggghhh!!” [sparisce dentro ad una botola]

Questo vale non solo per l’Italia e la Cina ma anche per tutti gli altri , chiaramente, dove il “cummenda” di turno ha pensato di essere più avanti degli altri.

Certo gli operai che hanno perso il lavoro nel Paese di origine hanno incominciato a soffrire subito, all’inizio del processo, ma tanto cosa vuoi che sia… bisogna stare al passo con i tempi, il mondo va avanti, chi si ferma è perduto, la concorrenza, le tasse, governo ladro e tutte le altre scuse per giustificare una cosa sola: i profitti.

Tutto bello, soldi a palate i primi anni, peccato che la cosa ora gli si sia ritorta contro e ora gli stessi sedicenti imprenditori dopo essersi fatti ville e yacht ora piangono come maiali sgozzati dando la colpa ai “cattivi cinesi”.

Gli imprenditori e gli industriali insorgono: “Facile sparare a zero contro di noi, visto che sei tanto furbo diccelo tu cosa dovevamo fare contro la concorrenza, le tasse, governo ladro, &c.”

Ma che volete da me, io sono solo un pirlotto che scrive sul suo blog, di certo non posso essere io a darvi soluzioni o assoluzioni.

Quello che so è che la musica era questa: “Vieni, vieni, mettila qua la tua fabbrichetta, ti vendiamo il terreno per poche noccioline e non ti facciamo pagare tasse per tre anni, facciamo la Joint Venture e ti tieni anche il 51%”…

Beh io un pochino pochino mi sarei insospettito. Non vi era proprio manco passato per l’anticamera del cervello che questi qua poi avrebbero imparato a fare le stesse cose e avrebbero aperto un’altra fabbrichetta proprio uguale di fianco alla vostra?

Indovina un po’, è successo proprio questo, e se dovessi scegliere una scontata massima di saggezza popolare per rispondere a certi strilli da checca direi: “Chi è causa del suo mal pianga se stesso”.

Comunque, tanto per continuare con le massime popolari, inutile piangere sul latte versato. Piuttosto, recentemente sono emersi peraltro delle interessanti tendenze a sfruttare la cosa a proprio vantaggio da parte proprio delle aziende straniere.

Pare che qualcuno, stufo di vedere i propri prodotti apparire sul mercato a prezzi stracciati, si sia messo a diffondere dei design preliminari chiedendo degli studi di fattibilità.

In questi casi la macchina delle copie cinesi si mette in moto alla velocità della luce e il design preliminare viene prototipizzato, industrializzato, vengono corretti eventuali errori, migliorate le prestazioni, ed ecco che in men che non si dica il prodotto finito appare sul mercato cinese grazie ad Aliyun, Taobao et similia.

A questo punto i proponenti originali non devono fare altro che comprare direttamente le copie cinesi e diffonderle sul mercato della propria nazione, avendo così risparmiato tempo e denaro. Neat!

Un’altra astuta contromossa per proteggere i propri prodotti invece consiste nel mandare in Cina disegni profondamente sbagliati, che portino a prodotti a malapena funzionanti, solo per dare un po’ di fumo negli occhi alla concorrenza cinese e intanto sviluppare altrove il proprio design di qualità nettamente superiore che può a questo punto apportare lustro e profitti all’azienda.

Also neat, direi…

panino

Ecco qui una storia capitata abbastanza in là nel passato, tanto da poter essere raccontata senza timori di rappresaglie.

È una storiella di ingenuità e di “reverse cultural shock”, con dei contorni inquietanti riguardo la deprimente situazione del substrato industriale nella nostra povera Terra dei Cachi.

All’epoca facevo il grande Manager in un sito produttivo cinese di un’azienda italiana.

Come era prassi in quei tempi, c’era un continuo andirivieni di colleghi italiani che venivano a farsi la vacanzetta con le scuse più improbabili.

Gli alti papaveri reggevano loro bordone molto volentieri, essendo terrorizzati notte e giorno dal pensiero non poter mantenere il controllo visivo sulla filiale del Celeste Impero. Certo mandare qualche tirapiedi non era la soluzione più preferibile, ma sempre meglio che avere uno sconosciuto a gestire la “fabbrichetta” in completa autonomia, brrr che paura!

Ora succede che normalmente questi colleghi alloggiavano nell’unico albergo della città che avesse una qualche pretesa di internazionalità, vale a dire scarichi della doccia funzionanti, caffé a colazione, eccetera (per approfondimenti si veda il post sugli alberghi in Cina).

Purtroppo questo albergo stava a distanza considerevole dal suddetto sito produttivo, un inconveniente che regolarmente agli inizi del processo di investimento nell’Impero viene considerato di poco conto, soprattutto paragonato ai concreti vantaggi della cosiddetta “zona industriale”: solitamente una landa maledetta sperduta in mezzo a qualche deserto ma dove i costi sono ridicoli e le tasse assenti (per i primi 3 anni o giù di lì).

La conseguenza si concretizzava in un fitto andirivieni di taxi da e per l’albergo, cosa che chiaramente incideva parecchio sull’effettivo tempo passato in azienda dal personaggio di turno ma che ci vogliamo fare, tanto si sapeva dall’inizio quanto a tutti piacesse questo genere di vacanza.

Il problema vero era che le spese di tutto questo erano a carico del sito produttivo cinese, i.e. chi doveva fare quadrare il budget ero io e il fatto di dover pagare le vacanze in albergo a chicchessia mi indisponeva non poco.

Portando in scena il mio (considerevole, lo ammetto) carico di ingenuità di cui si parlava all’inizio, mi ero adoperato quindi per trovare un albergo più vicino al sito produttivo, e dove una camera si potesse prendere a prezzi (diciamocelo pure) “cinesi”.

Dopo avere chiesto in giro, alla fine la mia orbita mi aveva portato in uno stupendo, almeno ai miei occhi, albergo tipicamente cinese, vale a dire lastricato di marmi pregiati (ma finti), ornato da imponenti sculture (di cartongesso) e servito da una folta schiera di personale dalle impeccabili uniformi.

Ora solitamente gli inservienti degli alberghi del Celeste Impero si presentano sì numerosi e fasciati in sfarzose uniformi, per poi però rivelare ben poca competenza rivelandosi quasi sempre assunti il giorno prima e comunque poco disposti alla collaborazione. La cosa che mi aveva colpito di più di questo albergo era invece che tutti sembravano super professionali e ansiosi di avermi come cliente, cosa forse dovuta al fatto che probabilmente fino a qual momento avevano visto degli stranieri solamente in cartolina.

Le camere poi erano assolutamente convincenti: docce pulite e funzionanti, televisione con mega schermo , sfarzosi tendaggi alle finestre… Il pacchetto completo insomma.

Va detto che la televisione aveva solo canali in cinese, ma mi sembra di ricordare che ci fosse anche HBO o qualcosa del genere.

Tutto contento avevo subito organizzato una “convention”, assicurandomi prezzi scontati a fronte di un utilizzo regolare; di seguito avevo avvisato la madrepatria, millantando concreti vantaggi, risparmio di tempo e denaro, insomma risi, bisi ed petardi con coriandoli.

Passa un po’ di tempo, ed ecco per qualcuno dal Bel Paese arriva il momento delle vacanze in Cina.

“Molto bene”, dico io, “mando l’autista a prenderti in aeroporto.”

Primo errore: non sono andato di persona in aeroporto. Ma insomma questo qua arrivava tardi, i’ tengo famigghia, l’aeroporto era lontanissimo… Un vecchio amico era venuto a trovarmi. Mi avevano rubato la macchina. Un terremoto! Una terribile inondazione! Locuste! Non è stata colpa mia! (vado a memoria, grandissimo John Belushi)

Fossi andato io di persona avrei forse potuto mitigare, negoziare.. o forse no, chissà.

Secondo errore: ho tenuto il cellulare acceso tutta la notte.

Fu veramente un errore? Oppure già mi aspettavo che succedesse qualcosa? Sagacia preventiva?

Fattostà che verso le 23 ricevo una chiamata da fisso, e con occhi impastati dal sonno (di solito vado a letto molto presto) mi ritrovo nel buio a fissare sul display il numero dell’albergo.

Vabbè taglierò corto sugli squittii da primadonna che mi sono dovuto sorbire quella sera, praticamente era successo che il nostro eroe dei due mondi era arrivato in albergo affamato e non era riuscito a comunicare le sue pene al personale.

(Una successiva investigazione scoprirà che dopo avere intuito che le cucine dell’albergo erano chiuse, ad un certo punto si sia messo nella hall ad urlare “Un panino! Hamburger! Panino!”)

Il nostro personaggio si era quindi scapicollato all’esterno credendo di trovare chissà quali viali illuminati dalle insegne di McDonald’s, KFC e simili, per trovarsi invece avvolto dalle più minacciose tenebre.

Solo chi ha camminato di notte per le periferie cinesi può capire cosa intenda, comunque basti dire che anche fuori dall’albergo il novello Conte Ugolino non trovò di che soddisfare le sue brame. Personalmente però non credo che abbia fatto tanta strada all’esterno, perché so per certo che voltato l’angolo c’era almeno uno di quei convenience store aperto 24h tipo 7/11.

Morale, dopo avere dovuto dovuto ingoiare una fila di rospi sono dovuto andare a prelevarlo di persona da questo “ignobile postaccio” e portarlo al “solito” albergo, quello di sempre, e ristabilire l’antica consuetudine.

Molte e diverse sono le vicissitudini seguite a questo episodio, ma questo post è già troppo lungo; forse prima o poi ne farò seguire un altro.

indicazioni

In questi lunghi anni di permanenza nella Terra di Mezzo, travolto dal vortice della sua scapicollata corsa al progresso, devo dire che ho potuto assistere a parecchi cambiamenti.

Molte cose nuove sono arrivate e si sono imposte come una nuova norma, quando fino a qualche anno prima nessuno avrebbe potuto nemmeno immaginare che sarebbe potuta arrivare una cosa del genere.

Altre cose che si pensava fossero eterne o giù di lì sono invece sparite, gettate senza troppi complimenti nel dimenticatoio collettivo.

Tra queste, i 带路人 (dàilù rén); in mancanza di una traduzione ufficiale azzarderei “addetti alle indicazioni stradali”.

Ecco che arriva la frase da nonno: non so quanti si ricordano ancora del mondo prima dell’arrivo delle app di mappe sul telefonino.

Io sì che me lo ricordo, quando si usciva in comitiva e ci si doveva mettere d’accordo per filo e per segno su quale strada fare, e mi raccomando vai piano, che se ti perdo di vista è finita.

Mi ricordo bene cosa vuol dire guidare furgoni e ambulanze con le fotocopie del Tuttocittà spalmate sul volante, e la strada da fare segnata con l’evidenziatore.

In Cina poi mi è successo di perdermi in maniera *TOTALE* a Guangzhou, città caratterizzata da un labirintico sistema di sopraelevate che sembra fatto apposta per fare perdere le speranze ai poveracci che vi ci entrano e indurre nei malcapitati profondi stati di depressione comatosa.

Quindi sia chiaro che io per primo riconosco GPS e mappe sul telefonino tra i più significativi passi avanti sulla strada del progresso umano.

Comunque sia, prima di tutto questo il problema era concreto, e lo era soprattutto per i camionisti cinesi che arrivavano in una città sconosciuta provvisti solo di un indirizzo e qualche vaga indicazione.

Il problema non era solo trovare la destinazione, come in passato mi insegnò uno dei miei capi quando osai lamentarmi che non conoscevo la strada per un certo servizio che mi era stato richiesto: “Con la lingua in bocca si arriva dappertutto”.

Il fatto è che in Cina l’ingresso dei mezzi pesanti nelle città è proibito o comunque complicato da oscuri regolamenti locali.

Solo un “local” poteva districarsi tra regolamenti e viuzze per evitare sgraditi incontri con le forze dell’ordine e conseguenti sonore multe all’autista.

Ecco quindi che alle uscite delle autostrade di vedevano sempre dei gruppetti di persone dall’aria dimessa che brandivano un cartello con scritto 带路 (dàilù), abbreviazione di 职业带路人 (zhíyè dàilù rén) “Indicatore di strada professionista”.

Questi GPS umani contrattavano un prezzo con il camionista attraverso il finestrino abbassato, poi salivano nella cabina di guida e trovavano la strada migliore per aggirare eventuali posti di blocco della polizia.

Era un lavoraccio infame, dovevano stare in mezzo ad una strada tutto il giorno per pochi soldi, esposti alle intemperie e al pericolo di essere scacciati o peggio.

Essi infatti erano visti come il fumo negli occhi dalla polizia secondo i quali erano poco di più che mendicanti.

Ora non so se siano scomparsi perché sostituiti dalle app sul telefonino, oppure se i 城管 (chéngguǎn) finalmente hanno avuto la meglio sui loro nemici storici; fattostà che non se ne vedono più.

Un altro pezzetto di mondo che se ne va.

qr

Una precisazione: abito abbastanza lontano da Shanghai da non dovremi preoccupare del lockdown, a parte qualche disguido nelle consegne degli acquisti fatti on line.

Pare infatti che la maggior parte della logistica passi da là e ora che da ormai un paio di mesi l’intera città e i suoi venti e passa milioni di abitanti sono bloccati in casa, le conseguenze si fanno sentire.

Ma non voglio parlare di Shanghai: immagino che anche negli angoli più sperduti del mondo la gente incominci ad averne abbastanza di sentire sempre le stesse notizie.

Vorrei invece postare questo:

Ognuno di questi bollini rappresenta un tampone fatto in uno degli infiniti centri sanitari che spuntano come funghi in ogni quartiere della città.

Si arriva, si fa la fila, alla fine c’è un coso montato su un treppiede che dice “Temperatura normale!”; poi un tizio imbardato in una tuta da astronauta organizza il passo successivo in gruppi di dieci, dove al primo viene consegnata un’etichetta adesiva.

Si passa poi al controllo documenti, dove stazionano altri due astronauti. Qui per i cittadini cinesi c’è la macchinetta che con un ‘bip’ legge il 身份证 (Shēnfèn zhèng), il documento di identità. Noi stranierucoli invece dobbiamo recitare nome e cognome, numero di passaporto e di telefono. Inutile dire che ogni volta ci vuole un quarto d’ora prima che il cervello degli astronauti si possa sintonizzare sulle 26 lettere dell’alfabeto.

Superato questo primo ostacolo si avanza verso altri due astronauti, uno dei quali viene chiamato “dottore”: a lui (o lei) va consegnata l’etichetta di cui sopra. Questa viene usata per contrassegnare la provetta che conterrà le bave di tutti e dieci gli appartenenti al gruppo.

In questo modo si fa un controllo solo ogni dieci persone; se salta fuori qualcosa allora tutti e dieci verranno richiamati ad un secondo controllo per stanare il positivo e spedirlo immantinente in qualche centro di detenzione quarantena.

Notare quanto si siano sforzati di rendere il tutto un gioco piacevole, con tanto di animaletti danzanti.

Il mio preferito è quello dell’omino che ha il bunny suit con scritto 必胜 (bì shèng) “dobbiamo vincere”, non è un amore? Viene voglia di dargli fuoco con il lanciafiamme.

Fino a poco tempo fa la collezione dei bollini andava mostrata ai poveretti che sono stati dislocati all’ingresso di qualsiasi posto aperto al pubblico, come prova di essere un bravo cittadino.

Anche il più grullo dei grulli si sarebbe accorto che il sistema però presenta qualche falla, in primis la possibilità di prestare i bollini a chiunque, in secundis la mancanza di data sul bollino stesso, il che unito al fatto che ogni città e distretto se ne era fatti di propri rendeva impossibile un effettivo controllo.

Ecco allora che da qualche settimana i risultati di tutta la manfrina si vedono sulla app del green code, che in realtà è un miniprogram di 微信 (Wēixìn) (wechat), l’onnipresente programma di IM che TUTTI i cinesi hanno sul telefono.

Il suddetto miniprogram esiste dal Febbraio 2020, questa è la schermata iniziale:

Lo scudo dorato significa che si ha completato il ciclo dei vaccini (io ne ho fatti 3, per la cronaca).

All’interno c’è un comando per fare apparire il famoso green code:

Si noti che alla voce 核酸测试 (hésuān cèshì) “Test dell’acido nucleico” ci sono due numeri cerchiati in azzurro: 48h significa che è stato effettuato un test con esito negativo entro le ultime 48 ore. 7d significa che è stato fatto negli ultimi 7 giorni.

Questi due pallini diventano gialli quando i termini scadono, cioè dopo 48 ore il primo e dopo 7 giorni il secondo.

Quando si va in giro da qualche parte in base all’umore dell’incaricato di turno può venire richiesto di mostrare questa schermata.

Sempre in base all’umore del tizio può capitare di dover mostrare anche l’elenco dei tamponi effettuati:

In base a fattori non ancora ben definiti dalla scienza umana, in alternativa, oppure in aggiunta, in certi posti chiedono anche un altro miniprogram:

Ma non è finita! Ce n’è un terzo che risulta dallo scan di un QR code esposto all’ingresso, che può o meno venire richiesto in base a fattori ancora non ben identificati:

Con questo concludo, felice green pass a tutti!

9: fuoco

隔岸观火 (Gé’àn guān huǒ)

Letteralmente:

Contemplare il fuoco dalla riva opposta

Questo stratagemma suggerisce metaforicamente di non farsi troppo coinvolgere troppo dall’eccitazione generale, e mantenere invece un atteggiamento distaccato e calcolatore; attendere che le parti in gioco si sfiniscano combattendo una contro l’altra per poi alla fine intervenire in forze al momento giusto.

Meno figurativamente, al cospetto di una diatriba è sicuramente meglio aspettare che i contendenti abbiano finito di massacrarsi, per poi intervenire in forze e raccogliere i cocci; un po’ come il nostro “Tra i due litiganti, il terzo gode”.

La storia solitamente associata a questo stratagemma è quella di 白起 (Bái Qǐ), generale dello stato di 秦 (Qín) nel tardo periodo degli Stati Combattenti (战国 Zhànguó).

Correva l’anno 257 A.C. o giù di lì.

Le fonti cinesi (baike.baidu.com) si dilungano all’infinito sugli accadimenti dell’epoca, ma per farla breve i poveretti di 赵国 (Zhào guó) “Zhao” si erano già presi una gran sacca di legnate da Qin nella battaglia di 长平 (Chǎng Píng), alla quale erano seguiti negoziati e un fragile accordo.

Tra una cosa e l’altra passarono un paio d’anni, e nel frattempo Bai Qi si era pure ammalato.

Ad un certo punto il re di Qin decise di attaccare ancora e investì dell’incarico il generale 王陵 (Wáng Líng), ma quelli di Zhao tennero duro e si finì con un assedio alla città di 邯郸 (Hándān), la capitale di Zhao (città che abbiamo già incontrato, tra l’altro).

Il re di Qin allora mandò a chiamare Bai Qi ma il nostro simpatico generale (consiglio caldamente di approfondire le sue gesta per capire il “simpatico”) declinò l’offerta adducendo dolori vari, stanchezza, insomma non se la sentiva troppo di andare in battaglia a massacrare gente. Il re mandò il primo ministro 范睢 (Fàn Suī) a cercare di convincere Bai Qi, ma pare che tra i due non corresse buon sangue; comunque Fan Sui dovette tornarsene a corte con le pive nel sacco.

Il re andò su tutte le furie e quel furbone di Fan Sui gettò benzina sul fuoco lasciando intendere che Bai Qi remava contro. Allora il re non ci vide proprio più e fece recapitare una spada a Bai Qi dicendo che doveva usarla per uccidersi.

Ordinò quindi ad un altro generale a nome 王齕 (Wáng Hé) di occuparsi della guerra contro Zhao.

Il succo della storia non sta nel destino di Bai Qi, bensì nel fatto che quelli di Zhao guardarono da lontano il “fuoco” del disaccordo tra Bai Qi, Fan Sui e il re di Qin e approfittarono del tempo guadagnato per chiedere aiuto ai regni vicini.

Questi mandarono truppe in soccorso, consentendo a Zhao di resistere all’assedio e dare una solenne batosta a Qin.

Dopo l’obbligatoria storiella del medioevo possiamo provare ora a fare dei paragoni con fatti più vicini alla nostra sensibilità occidentale.

La storia è piena di esempi a corollario di questa bella storiella, ma per una volta davanti ai nostri occhi si sta dipanando proprio una situazione classica.

Da una parte abbiamo un pazzo dinamitardo che vuole sprofondare l’Europa nel caos, dall’altra una nazione finora tranquilla e poco propensa alla ribalta internazionale.

Un sacco di altre nazioni prende posizione, chi manda aiuti, chi armi e vettovaglie, chi più ne ha più ne metta.

E la Celeste Impero che fa? Contempla il fuoco…

Chissà, magari meditando di rivedere le proprie posizioni su una certa isola ribelle una volta accertato l’esito del conflitto in corso.

Per concludere ricordiamo che l’elenco degli stratagemmi illustrati finora in questa umile sede sta a questo indirizzo.

risveglio

Un brusco risveglio ha scosso i nostri fratelli cinesi dopo i bagordi del capodanno.

Il primo giorno del nuovo anno, quelo della tigre, si è giocata la partita Cina-Vietnam per la classificazione ai mondiali di calcio.

Ebbene la Cina ha ripostato una solenne batosta, che comporta l’eliminazione dal torneo. (È la prima squadra ad essere definitivamente eliminata)

I media cinesi sono imbufaliti e ci hanno regalato i migliori articoli mai letti a memoria d’uomo, tra cui questo di cui vado a dare una improvvisata e libera traduzione:

名嘴怒斥国足:还敢回来吗?越南队把中国足球的脸打得啪啪响

Il commentatore rimprovera il calcio cinese: “Non avete il coraggio di tornare, eh? I vietnamiti ci hanno preso a schiaffoni”

国足在12强赛中迎来了关键争夺,这就是与越南队的第2回合较量,虽然双方首回合比赛中,国足曾险胜对手,但是比赛过程却并不轻松。

La nazionale di calcio cinese ha giocato una partita chiave nelle classificazioni, il secondo turno contro la squadra del Vietnam; sebbene al primo turno la nazionale cinese avesse sconfitto di poco l’avversario, la partita non è stata tuttavia facile.

而本场比赛,由于正值大年初一,外界也对比赛更加关注。

Questa partita è stata giocata nel primo giorno del nuovo anno, e all’estero si sta seguendo questo sport sempre di più.

(Tanto per sottolineare l’importanza dell’evento, N.d.T.)

最终,李霄鹏执教的球队1比3输给了越南队,创造了中国足球又一耻辱历史。

Alla fine la squadra allenata da Li Xiaopeng ha perso 1-3 contro la squadra del Vietnam, creando un’altra vergognoso episodio nella storia del calcio cinese.

(Li Xiaopeng ha dato le sue scuse per l’accaduto)

而在比赛过程中,名嘴解说苏东更是一度激烈怒斥中国足球!

Durante la partita il famoso commentatore Su Dong ha persino denunciato ferocemente il calcio cinese!

众所周知,这场比赛前,越南队主教练和球员都曾表示,希望大年初一必须拿下中国队,结束越南队12强赛7轮全败的尴尬纪录。

Come tutti sappiamo prima di questa partita l’allenatore e i giocatori della squadra vietnamita hanno espresso la speranza che la squadra prevalesse sulla squadra cinese il primo giorno del nuovo anno, ponendo fine all’imbarazzante record di sette sconfitte nel corso delle classificazioni.

然而,赛前几乎很少有中国球迷相信,国足真的会输给越南队,毕竟在很多人看来,国足的纸面实力还是远强于越南队,对手赛前的豪言或许也只是一种虚张声势。

Tuttavia, prima della partita, pochi tifosi cinesi credevano che la nazionale di calcio avrebbe davvero perso contro la squadra vietnamita; dopotutto secondo molti la nazionale sulla carta è molto più forte del Vietnamita, e il la retorica pre-partita dell’avversario avrebbe potuto essere solo un bluff.

只是谁也没有想到,越南队确实创造了“奇迹”!

Ma nessuno pensava che la squadra vietnamita poteva fare il “miracolo”!

Seguono descrizioni di momenti salienti della partita.

而此时当场比赛的知名解说苏东在看到国足3球落后的局面当场怒斥,直言越南队的这脚世界波把中国足球的脸打得啪啪响!

In questo momento Su Dong, il noto commentatore, visto che la nazionale di calcio era in svantaggio di 3 gol ha rimproverato la squadra cinese e ha detto senza mezzi termini che la squadra vietnamita ha preso i cinesi a schiaffoni!

而苏东随后还激动地质问:中国队还能回来吗?中国队还敢回来吗?

Su Dong poi eccitato ha detto: “La squadra cinese può tornare? La squadra cinese oserà tornare?”

大年初一越南队由猫变虎,而中国队则被打得由虎变猫!

Il primo giorno del nuovo anno, la squadra vietnamita è passata da gatto a tigre, mentre la squadra cinese è passata da tigre a gatto!

足以看出苏东失望的心情!

La delusione di Su Dong era evidente!

这是中国足球历史上第1次输给越南队,这是中国足球历史上的奇耻大辱,名嘴苏东表示,中国足球这场比赛已经输得体无完肤,而所有人都见证了这个耻辱的历史!

“Questa è la prima volta nella storia del calcio cinese che abbiamo perso contro il Vietnam; questa è una grande umiliazione nella storia del calcio cinese”, dice Su Dong: “Questa partita è stata una completa disfatta, tutti hanno assistito a questa umiliazione!”

不得不说,国足必须从这一刻开始清醒,中国足球的道路走错了,要知道,上一届12强赛国足还能战胜韩国队,而这一届国足却连越南队都踢不过,这4年到底走了多少弯路?

Non ci si può trattenere dal dire che il calcio cinese deve darsi una svegliata, la strada del calcio cinese è tutta storta; bisogna sapere che nelle precedenti classificazioni la nazionale cinese è stata in grado di battere la squadra coreana, ma questa volta contro i vietnamiti non c’è proprio stata partita, quante scelte sbagliate sono state fatte negli ultimi 4 anni?

Caro Su Dong, cari fratelli cinesi, dai su con la vita! Dopotutto è solo un gioco, non è il caso di prendersela così tanto!