Novella 25

这是老瞎子最知足的一刻,身上的疲劳和心里的孤静全忘却,不慌不忙地喝几口水,待众人的吵嚷声鼎沸,便把琴弦一阵紧拨,唱到:“今日不把别人唱,单表公子小罗成。

Questo era il momento di massima soddisfazione per l’anziano cieco.

Dimenticando la stanchezza del corpo e la solitudine del cuore, bevendo tranquillamente qualche sorso d’acqua, aspettando che l’agitarsi delle persone raggiungesse l’apice, avrebbe pizzicato qualche corda per poi profferire: “Oggi canterò solo del giovane signore Luo Cheng e di nessun altro”.

  • 知足 (zhī zú) “contentezza, soddisfazione, appagamento”
  • 孤静 (gū jìng) “solitudine”
  • 忘却 (wàng què) “scordare, dimenticare”
  • 不慌不忙 ( bù huāng bù máng) “senza fretta, con comodo”
  • 鼎沸 ( dǐng fèi) “agitazione”, solitamente reiferito al ribollire di acqua sorgiva
  • 罗成 (Luó Chéng), protagonista di una storia popolare

”或者:“茶也喝来烟也吸,唱一回哭倒长城的孟姜女。

Oppure: “Bevendo tè e fumando tabacco, canterò della signora Meng Jiang che a furia di piangere ha fatto crollare Grande Muraglia”

Qui si fa riferimento alla leggenda di Meng Jiangnü, felice sposa di Fan Qiang. Fan Qiang fu rapito dai soldati imperiali e costretto a lavorare alla costruzione della Grande Muraglia.

Meng Jiangnü partì alla sua ricerca e alla fine arrivò al sito della costruzione, dove scoprì che suo marito era morto per la fatica e le condizioni disumane a cui erano sottoposti i lavoratori.

Il corpo del marito era stato gettato nell’intercapedine tra il muro estero e quello interno; la grande muraglia infatti è costituita da due muri con lo spazio interno riempito con terra, pietre e residui vari.

Distrutta dalla notizia, Meng Jiangnü iniziò a piangere disperatamente. La sua tristezza era così intensa che il suo pianto causò un terremoto che fece crollare una parte della muraglia, liberando il corpo di suo marito che era celato all’interno.

Meng Jiangnü raccolse il corpo del marito e lo portò a casa per dargli una degna sepoltura.

”满场立刻鸦雀无声,老瞎子也全心沉到自己所说的书中去。

La platea si azzittiva di colpo, e il vecchio cieco si tuffava nella storia che aveva annunciato.

  • 鸦雀无声 (yā què wú shēng) letteralmente “Corvi e uccelli fanno silenzio”, corrisponde al nostro “Si sarebbe sentita volare una mosca”

他会的老书数不尽。

Egli disponeva di una infinità di storie tra cui scegliere.

  • 数不尽 (shù bù jǐn) “innumerevole, infinito”

Novella 23

L’elenco delle puntate precedenti sta nella pagina delle serie.

老瞎子这才动子动,抓起自己的琴来摇了摇,叠好的纸片碰在蛇皮上发出细微的响声,那张药方就在琴槽里。

Il vecchio si mosse, afferrò il suo violino e lo scosse. Una pallottola di carta ripegata sbattè contro la pelle di serpente con un debole suono. La formula era nella cassa del violino.

  • Il “violino” di cui si parla è lo 二胡 (èrhú) “erhu”, la cui cassa armonica è fatta con pelle di serpente (pitone, per la precisione).

“师父,这儿不是野羊岭吗?”小瞎子问。老瞎子没搭理他,听出这小子又不安稳了。

“Maestro, qui non siamo a Yeyangling?” chiese il ragazzo. Il vecchio lo ignorò, avvertendo che il ragazzo era di nuovo irrequieto.

“前头就是野羊坳,是不是,师父?”

“Qui avanti è Yeyang’Ao, vero, maestro?”

“小子,过来给我擦擦背。”老瞎子说,把弓一样的脊背弯给他。

“Ragazzo, vieni ad asciugarmi la schiena.” Disse il vecchio, piegando la schiena come un arco.

“是不是野羊坳,师父 ?”

“È Yeyang’Ao, Maestro?”

“是!干什么?你别又闹猫似的。”

“Sì! E allora? Non fare ancora il gatto in calore.”

小瞎子的心扑通扑通跳,老老实实给师父擦背。老瞎子觉出他擦得很有劲。

Il cuore del ragazzo batteva forte. Si adoperò per strofinare con cura la schiena del maestro. Il vecchio sentiva quanto stesse strofinando vigorosamente.

  • In cinese il cuore non “batte” ma bensì “salta”: (tiào)

“野羊坳怎么了?你别又叫驴似的会闻味儿。”

“Cos’ha Yeyang’Ao? Non fare ancora come un asino in fregola.”

小瞎子心虚,不吭声,不让自己显出兴奋。

Il ragazzo aveva la coscienza sporca; non disse niente, e si sforzò di non mostrare alcuna eccitazione.

“又想什么呢?别当我不知道你这心思。”

“Cosa pensi? Non dare per scontato che io non sappia cosa pensi.”

“又怎么了,我?”

“Che c’è ancora, sempre a me?”

“怎么了你?上回你在这儿疯得不够?那妮子是什么好货!”老瞎子心想,也许不该再带他到野羊坳来。

“Cos’hai? Non hai fatto abbastanza il pazzo qui l’ultima volta? Che sarà mai quella ragazzina!” pensò il vecchio, forse non dovevo portarlo ancora Yeyang’Ao.

可是野羊坳来。

Ma ormai ci siamo, a Yeyang’Ao.

可是野羊坳是个大村子,年年在这儿生意都好,能说上半个多月。

Comunque Yeyang’Ao è un grande villaggio, ogni anno gli affari qui vanno bene, si possono raccontare storie per un paio di settimane, anche più.

老瞎子恨不能立刻弹断最后几根琴弦。

Il vecchio non sopportava di non poter spezzare subito le ultime corde.

小瞎子嘴上嘟嘟囔囔的心却飘飘的,想着野羊坳里那个尖声细气的小妮子。

I pensieri borbottanti sulla bocca del ragazzo svolazzarono, pensando alla voce stridula della piccola ragazzina di Yeyang’Ao.

“听我一句话,不害你。”老瞎子说,“那号事靠不住。”

“Ascolta un po’, non può farti male” disse il vecchio, “Questa faccenda non sta in piedi.”

Novella 22

L’elenco delle puntate precedenti sta nella pagina delle serie.

“可你的心思总不在学艺上。你这小子心太野。老人的话你从不着耳听。”
“Ma tu non sei mai concentrato sullo studio dell’arte. Il tuo cuore di monello è troppo selvaggio. Non presti mai orecchio alle parole degli anziani.”

“咱们准是来过这儿。”
“Di qui ci siamo già passati.”

“别打岔!你那三弦子弹的还差着远呢。咱这命就在几根琴弦上,我师父当年就这么跟我说。”
“Non interrompere! La tua terza corda rotta è ancora molto lontana, eh! Il nostro destino corre su qualche corda di violino, come mi disse allora il mio maestro.”

  • 打岔 (dǎchà) “interrompere”
  • 弦子 (xiánzi) “corda”

泉水清凉凉的。小瞎子又哥哥妹妹的哼起来。老瞎子挺来气:“我说什么你听见了吗?”
L’acqua della sorgente era fresca. Il piccolo cieco mugugnò di nuovo qualcosa su fratelli e sorelle. Il vecchio cieco sbottò: “Hai sentito cosa ho detto?”

  • (tǐng) “piuttosto”

“咱这命就在这几根琴弦上,您师父我师爷说的。我就听过八百遍了。您师父还给您留下一张药方,您得弹断一千根琴弦才能去抓那付药,吃了药您就能看见东西了。我听说过一千遍了。”
“Il nostro destino corre su queste corde di violino. L’hanno detto il tuo maestro e il mio. L’ho sentito ottocento volte. Il tuo padrone ti ha lasciato una formula magica, devi rompere mille corde per poter agguantare la formula. La formula serve per riacquistare la vista. L’ho sentita già mille volte.”

  • 药方 (yàofāng) “prescrizione, ricetta”, ma preferisco la formula magica, è più aderente al contesto
  • (zhuā) “prendere, afferrare”. Ma “Agguantare” dà più l’idea di prendere qualcosa dopo avere aspettato a lungo, come è il caso

“你信不信?”
“Ci credi o no?”

小瞎子不正面回答,说:“干嘛非得弹断一千根琴弦才能去抓那付药呢?”
Il piccolo cieco non rispose subito: “Perché devi rompere mille corde per avere la formula?”

“那是药引子。机灵鬼儿,吃药得有药引子!”
“Quello è un principio attivatore. Una furbizia mistica, si deve avere un attivatore!”

  • 药引子 (yào yǐnzi) si usa nella medicina tradizionale per “incanalare” il principio attivo nel punto giusto e migliorarne l’effetto curativo. Per esempio, un certo composto si dovrebbe prendere con la zuppa di riso, un altro con acqua e miele.

“一千根断了的琴弦还不好弄?”小瞎子忍不住嗤嗤地笑。
“Mille corde spezzate non sono una passeggiata,” Il piccolo cieco non poté trattenersi dal sogghignare.

  • 忍不住 (rěn bù zhù) “non potersi trattenere”
  • 嗤嗤 (chī chī) “scherno”

“笑什么笑!你以为你懂得多少事?得真正是一根一根弹断了的才成。”小瞎子不敢吱声了,听出师父又要动气。每回就是这样,师父容不得对这件事有怀疑。
“Che ti ridi! Pensi di capirci qualcosa? Devono essere spezzate veramente una per una.” Il piccolo cieco non osò ribattere, sapeva che il maestro si sarebbe arrabbiato ancora. Era così ogni volta, il maestro non tollerava dubbi sull’argomento.

  • 容不得 (róng bùdé) “tollerare”

老瞎子也没再作声,显得有些激动,双手搭在膝盖上,两颗头一样的眼珠结着苍天,象是一根一根地回忆着那些弹断的琴弦。
Il vecchio cieco si era azzittito; sembrava un po’ emozionato, con le mani sulle ginocchia, gli occhi come due teste levate al cielo, come se stesse ricordando una per una tutte le corde spezzate.

盼了多少年了呀,老瞎子想,盼了五十年了!
Quanti anni ho aspettato, pensò il vecchio cieco. Sono cinquant’anni che aspetto!

五十年中翻了多少架山,走了多少里路哇。
Quante montagne scavalcate, quanti chilometri camminati in cinquant’anni.

  • Il classificatore per (shān) “montagna” normalmente è “zuò”, mentre qui si usa (jià), che appare nella locuzione 翻一架山 (fān yī jià shān) nel senso di “scavalcare”

挨了多少回晒,挨了多少回冻,心里受了多少委屈呀。
Quante scottature al sole, quanti geloni, e quante ingiurie ho dovuto sopportare.

一晚上一晚上地弹,心里总记着,得真正是一根一根尽心地弹断了才成。
Notte dopo notte sempre a suonare, ricordando sempre nel mio cuore le mille corde dovevano essere rotte una per una con tutta sincerità.

现在快盼到了,绝出不了这个夏天了。
Quasi ci siamo, deve accadere entro quest’estate.

老瞎子知道自己又没什么能要命的病,活过这个夏天一点不成问题。
Il vecchio cieco sapeva di non avere nessuna malattia seria, sopravvivere all’estate non era un problema.

“我比我师父可运气多了,” 他说,“我师父到了儿没能睁开眼睛看一回。”
“Sono più fortunato del mio padrone”, disse, “Quando il mio maestro ci è arrivato, non ha potuto aprire gli occhi per dare un’occhiata.”

“咳!我知道这地方是哪儿了!”小瞎子忽然喊起来。
“Ah! So dove siamo!”, gridò all’improvviso il piccolo cieco.

nomi

L’altro giorno (come fanno gli anziani) rimembravo il passato dialogando con un compare (altrettanto anziano, quasi quanto me), e il discorso volse su storielle riguardanti la nascita dei figli.
Il mio primogenito è nato nel 广东 (Guǎngdōng) “Guangdong”, in un ospedale cinese 100%, tanto per fare un distinguo con i figli dei ricchi che invece vanno a nascere nelle cliniche private con i dottori che parlano inglese.
Insomma a fine lavori si presentò il fatidico momento della burocrazia, e nonostante fossi in piena crisi da sleep deprivation mi condussero in un ufficio dove un’affabile impiegata seduta davanti ad un orrido computer degli anni ’80 con Windows XP mi interrogò nonostante fosse evidente che non ero in condizioni di intendere e volere.
La signorina tutta tranquilla aprì un qualche tipo di programma con in cima scritto “Certificato di nascita”.
«Qual’è il nome?» mi chiese (in logogrifi, che non sto a ripetere in questa sede).
Io per un attimo mi riscossi dal torpore (sembrava che Harry Potter mi avesse fatto “Stupefy!”) e riuscii a biascicare la risposta corretta: «Valentino, V-A-L-E-N-T-I-N-O».
Attimo di silenzio e sguardi obliqui tra i presenti.
Qui ricevetti il primo scossone, che ebbe l’effetto di farmi riavere dallo stupore. «Non si può», fu il tombale responso.
«Come non si può? Perché?»
«Non ci sta. È troppo lungo.»
A questa uscita lo stupore era passato, sostituito dalla solita nebbia rossa omicida.
«Come non si può? Potrò ben decidere che nome dare a mio figlio, no?»
«Vede caro signore evidentemente male informato dalla propaganda capitalista, in Cina i nomi sono formati da tre caratteri di cui …»
A questo punto mi ero risvegliato del tutto.
«Lo SO BENISSIMO come sono i nomi dei cinesi, visto che ho sposato una di voi. Solo che non ci credo che nel vostro fetente computer pescato dal cassonetto non ci sia lo spazio per scrivere un nome occidentale.»
«Guardi pure,» fu la ieratica risposta.
«Mumble mumble» questo era il sottofondo dei commenti dei presenti, liberamente traducibile con «Guarda ‘sti zozzoni di stranieri che vengono a comandare nel sacro Impero, ce arrubbano er lavoro, magnano cacano e se lamentano pure.»
Guardai lo schermo dove campeggiava un disegno del certificato di nascita; in effetti volendo lo spazio ci sarebbe stato, ma il campo di inserimento corrispondente permetteva solo tre caratteri.
Sembrava che le opzioni fossero ridotte a “Ugo”, non è che non mi piacesse ma avevamo già deciso da tempo per “Valentino”, e poi va bene diciamocelo lo ammetto, a me “Ugo” proprio non piace.
A quel punto, la divina ispirazione (con lampadina sulla testa).
«Questo serve a mandare i dati all’anagrafe per via elettronica oppure è solo per stampare il certificato?»
Attimo di imbarazzo, come quando il proverbiale granello di sabbia fa inceppare il complicatissimo meccanismo messo a punto con grande fatica dal cattivo del film.
«Questo è solo per stampare, poi mandiamo una copia all’anagrafe» (erano altri tempi…)
Un sorriso sempre più largo mi si stava intanto disegnando sul volto.
«Come facevate quando non c’era il computer?»
«Lo scrivevamo a mano», fu costretta ad ammettere la signorina col tono rassegnato di chi vede incombere la sconfitta.
«Ecco fatto! Scrivete a mano anche questo così ce lo fate stare.»
Morale: ce n’è voluta ancora un po’ a convincerli, ma mio figlio non ha dovuto chiamarsi Ugo (sorry a tutti gli Ughi del mondo ma ahò, se non mi piace non mi piace, non ci posso far niente).

Jingtingshan

Autore: 李白 (Lǐ Bái)
Dinastia 唐 (Táng)

独坐敬亭山

众鸟高飞尽,孤云独去闲。
相看两不厌,只有敬亭山。

Dú zuò Jìng tíng shān

zhòng niǎo gāo fēi jǐn, gū yún dú qù xián.
Xiāng kàn liǎng bùyàn, zhǐyǒu jìng tíng shān.

Seduto solo sul monte Jingting

Uccelli volano in alto, una nuvola solitaria pigramente fluttua via.
Li ammiriamo senza mai stancarci, c’è solo la montagna Jingting.

La montagna Jingting 敬亭山 (Jìng tíng shān) si trova nell’odierna città di 宣城 (Xuān chéng), allora chiamata 宣州 (Xuān zhōu), nella provincia dello 安徽 (Ānhuī).
Ai tempi della dinastia Tang la città era piuttosto famosa, e frequentata da famosi poeti del calibro di 谢灵运 (Xiè Língyùn) e 谢朓 (Xiè Tiǎo).
L’autore è uno tra i più luminosi astri del firmamento della letteratura cinese, una figura giustamente acclamata come geniale per tutta l’antichità e fino ai giorni nostri.
Quando scrisse questa poesia Li Bai aveva già vissuto una vita travagliata, amareggiata da aspre vicessitudini che avevano accentuato una vena amara nella sua opera, aggravata da un incipiente senso di solitudine e manifestando così una certa insoddisfazione per la realtà in cui viveva.
Questo componimento descrive le sensazioni provate in un momento di raccoglimento, quando il poeta in preda alla solitudine cerca conforto nell’abbraccio della natura.
I primi due versi sono puramente descrittivi: si tratta della scena che si presenta davanti ai suoi occhi.
Uccelli che volano via, una nuvola che si allontana.  Sembra che tutto nel mondo stia abbandonando il poeta.
I caratteri 尽 (jǐn) “limite estremo” e 闲 (xián) “libero da impegni, non utilizzato” inducono subito il lettore in uno stato ben descritto dal carattere 静 (jìng) “quieto, calmo”: il lontano rumore degli uccelli si è spento, persino la nuvola solitaria è scomparsa.
I seguenti due versi passano ad un punto di vista personale per descrivere il passaggio dell’attenzione alla montagna Jingting, che l’autore apprezza particolarmente in quanto rappresenta la solidità, la permanenza.
Il carattere 敬 (Jìng) “quieto, calmo” rappresenta da solo tutto il succo della poesia.
Il motivo per cui questa semplice poesia è così commovente è tutto qui, in questo singolo carattere che esprime tutto il silenzio evocato dai pensieri e dai sentimenti del poeta immerso in uno stupendo scenario naturale.

stuoino

Con questo post vado a concludere l’argomento iniziato in quello precedente sull’argomento dei letti.
La prima cosa da chiarire è che per quanto possa essere intrigante l’idea di dormire su un 炕 (kàng), l’esperienza è tuttavia limitata al nord della Cina.
Non è una scienza esatta ma avendo vissuto nel 广东 (Guǎngdōng) “Guangdong” e nello 浙江 (Zhèjiāng) “Zhejiang”, posso assicurare con conoscenza di causa che nel Sud della Cina nessuno si è mai sognato di fabbricare un letto di mattoni con il fuoco sotto.
Nei tempi andati, e anche tuttora nelle campagne, il tradizionale letto della case cinesi del sud è sempre stato molto simile a quelli occidentali, salvo per l’ocasionale assenza di un accessorio talora considerato superfluo: il materasso.
In sua vece si presenta invece un sano e spartano impiantito di assi di legno, addolcito da un opzionale stuoino e/o asciugamano.
In quei lidi il letto torna ad assumere il significato più fondamentale e cioè quello di superficie che si scosta dal pavimento altrimenti sporco e polveroso, costituendo inoltre un ostacolo alla partecipazione di eventuali animali molesti quali insetti o rettili (o scorpioni).
Lascio immaginare la mia enorme sospresa quando all’inizio degli anni ’90 dello scorso millennio feci il mio primo incontro con uno di questi manufatti, trattenendomi a stento dal chiedere ai miei peraltro gentilissimi ospiti se gli stessi antipatico, visto che sembrava volessero farmi dormire su delle assi di legno.
Il cuscino c’era, fortunatamente.
Ma l’abitudine fa miracoli, ed entro breve tempo giunsi alla conclusione che si poteva vivere anche senza materassi, e anzi a dirla tutta si dormiva anche meglio (devo ammettere che anche l’allora condizione di gioventù ebbe una massicia influenza nella formazione di questa convinzione).
Ora non è che il materasso sia mai stato vietato; è solo che i cinesi preferiscono un letto duro e massiccio, quindi anche quando il materasso c’è è sottile, oppure è spesso ma granitico.
Qualche riga sopra ho menzionato un asciugamano; questo si rivela essere un accessorio utilissimo quando il caldo è subtropicale e manca il condizionatore, condizioni che nel periodo storico succitato costituivano la norma.
Sta di fatto che quando il caldo umido non dà tregua nemmeno di notte, dormire sul legno con sopra un asciugamano è senza dubbio meglio che su di un materasso che si inzuppa di sudore; certo questa è solo una mia teoria ma sfido chiunque a dimostrarmi il contrario.
Vale la pena di aprire una parentesi sullo stuoino. Qui in Cina si trova comunemente il 凉席 (liángxí), letteralmente “stuoia fresca”, che è appunto uno stuoino fatto generalmente di striscioline di bambù cucite assieme.

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Liangxi di stricioline di bambù
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Liangxi

D’estate questo stuoino si stende sopra al materasso (quando c’è) al posto delle lenzuola, aiutando parecchio la traspirazione. Ci sono anche delle versioni delle dimensioni giuste per il cuscino.

Cuscini
Cuscini

Io lo trovo comodissimo e lo uso sempre nei periodi più caldi, che dove vivo attualmente si riducono per fortuna ad un solo paio di mesi; quando vivevo nel Guangdong invece si mettevano a Marzo e si toglievano a Natale.
Tra l’altro non so se è una caratteristica del materiale oppure se ci mettano apposta qualcosa sopra ma questo stuoino ha sempre un piacevolissimo sentore di legno profumato, che ricorda molto il legno di sandalo, o certi tipi di incenso.
Ci sono poi varianti che invece delle striscioline hanno dei taselli cuciti.

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Variante con tasselli
Liangxi
Particolare del tipo a tasselli

Last but not least, un accessorio che cambia la vita: la zanzariera igloo per evitare di essere mangiati vivi entro due secondi dallo spegnimento della luce.

zanzariera
Zanzariera igloo

muro

Un amico mi ha raccontato una storia agghiacciante capitata ad un altro suo amico.
Certo è una storia di terza mano, ma alla fine dell’articolo mi riprometto di rilasciare sconcertanti rivelazioni in merito.
Dunque la storia ha per protagonista un anonimo bianchetto, un poveraccio come me, uno “scappato di casa”, o “naufragato in Cina”, come veniamo chiamati noi che in Italia ci torniamo solo per le vacanze.
Il poverino dopo anni di fatiche ha racimolato abbastanza soldi per iniziare un mutuo.
Come tutti passa attraverso l’ordalia delle visite ai complessi residenziali in costruzione (non si scappa, ahimé) e infine fa la sua scelta: un bell’appartamento in un rispettabile condominio di qualche decina di piani, bella zona, servizi etc…
Insomma, si indebita allegramente a vita: rogito, notaio, firme in banca, tutto come in Italia (beninteso, con le dovute differenze di cui si è discusso in precedenza).
Inizia quindi la fase della ristrutturazione, un periodo gioioso di rinascita e di crescita.
Senonché… su uno dei muri appaiono delle sconcertanti crepe.
Sempre più numerose. Sempre più lunghe.
Comprensibilmente preoccupato a morte il povero neoinquilino si rivolge al costruttore, il quale minimizza e dice che sono crepe di “assestamento”.
Temendo che la casa gli si assesti in testa, inizia a chiedere (probabilmente in lacrime) a tutti quelli che conosce, finché qualche anima pia gli suggerisce di andare a controllare cosa stanno facendo i vicini.
“Cosa c’entrano i vicini?” chiede l’inconsapevole vittima sacrificale.
“Magari niente,” gli rispondono, “tu fai finta di nulla e fatti un giro con una scusa.”
Questo parte e ben presto scopre l’orrida verità: qualcuno ha pensato che uno dei muri portanti di casa sua gli dava TROPPO fastidio, e allora cosa ha fatto?
Probabilmente, da bravo cinese, prima avrà consultato lo I Ching oppure magari anche un geomante.
Comunque, in pratica, l’ha tolto di mezzo. Così, pronti via. A mazzate. O a capocciate, visto che uno così deve avere la testa di molibdeno.
Certo che l’edificio si sta assestando, ci mancherebbe.
Ora, quali sono le alternative? Ammazzare il vicino? Non risolverebbe il problema.
Correre ai ripari? Impossibile, non esiste una soluzione pratica.
Denuncia? Non diciamo assurdità.
E ora arriva la parte migliore, la perla, la catarsi, il nirvana: il consiglio dell’avvocato.
Attenzione eh, perché è forte.
Il consiglio dell’avvocato è il seguente: coprire le crepe con stucco e gesso, indi vendere a qualcun altro senza dirgli niente.
Ecco io sono arrivato qui, non so cosa è successo poi: magari l’edificio si è “assestato”, magari il diabolico piano dell’avvocato è andato a buon fine.
Comunque, incuriosito dalla questione, mi sono messo a cercare su baidu cose come 承重墙 (chéngzhòng qiáng) “muro portante”, 敲掉 (qiāo diào) “demolire”, 裂缝 (lièfèng) “crepe” eccetera.
Udite udite, la storiella pare essere non apocrifa.
Pare anche che la pratica sia piuttosto diffusa: Link 1, Link 2, Link 3, se ne trovano a bizzeffe.
Piuttosto significative le fantasiose giustificazioni di quelli che alla fine sono stati costretti a giustificare il proprio operato, come “L’edificio è costruito con struttura a gabbia (libera traduzione) e quindi la demolizione di un muro portante non dovrebbe essere un grosso problema”.
O anche “L’edificio ha 5 anni ed è normale che ci siano delle crepe, non è colpa mia”.
Attenzione, bianchetti: qua non si è mai abbastanza attenti…

console

Arriva una telefonata di un amico/cliente cinese, chiamiamolo S., non nel panico ma diciamo seriamente scocciato.
“Non riesco a collegarmi al server, quello che hai installato l’altra volta.”
“Oh poffarbacco”, rispondio io, non alla lettera cioè non gli ho detto proprio ‘poffarbacco’ ma il senso era quello; “Hai provato questo? E quello? E quell’altro?”
“Sì ho provato tutto, ma sembra morto.”
Mentre parlo al telefono ci provo anche io da remoto, ma sembra proprio defunto.
“Aspetta che arrivo.”
Per strada mi lambicco il cervello sui possibili scenari, valutando possibili malfunzionamenti ma giudicandoli tutti non applicabili ad un server appena installato in una sala macchine relativamente decente, pure con l’aria condizionata.
Si tratta di una dittarella che tramite amicizie e inciuci vari si appoggia ad una azienda più grande; tra le altre cose usufruiscono anche dell’utilizzo di un server ormai obsoleto ma ancora adatto alla bisogna, sul quale ho installato una debian Buster con le solite cose.
La cosa mi infastidisce perché avevo raccontato loro cose mirabolanti realizzabili con strumenti FOSS eccetera, e sembravano tutti contenti. E ora, questo.
Comunque arrivo, vado in ufficio, salamelecchi vari con S., mi collego alla loro rete e stump! Il server non risponde.
Allora dico “Andiamo a cercare il tizio Pinco Pallo, l’esperto che l’altra volta ci ha aperto la porta della sala macchine con la chiave che ha solo lui eccetera. Andiamo a vedere, almeno dalla console riuscirò a capire cosa è successo.”
“Sì sì,” dice S., “aveva detto che c’era stato un problema.”
“Embè? Un problema? E non mi dici niente? Che problema?”
“Non lo so, non me l’ha detto.”
Nota che S. è un ingegnere, responsabile di R&D, produzione e una quantità di altre cose, insomma non è il solito saltimbanco. Ma evidentemente non ha troppa dimestichezza con bit e byte, benedetto ragazzo…
Insomma andiamo dal Pinco Pallo, che è un signore di mezz’età, e che però non sta al suo posto.
Lasciamo detto di farci chiamare alle befanragazze che scaldano le sedielavorano vicino alla sua scrivania e intanto mi faccio accompagnare nella sala riunioni dove so che hanno la macchinetta del caffè, e insomma, mica siamo fatti solo per lavorare, no?
Quando Pinco ha finito i comodacci suoi andiamo a reperirlo e mentre si fruga le tasche per trovare la famosa chiave, chiedo: “Pinco, hai detto che c’era un problema, cos’era?”
“Ti faccio vedere, non mi sembrava una cosa normale allora l’ho fatto spegnere.”
Al che estrae il telefonino, cerca un po’ tra una montagna di foto di cani, bambini e fuffa varia, infine mi fa vedere una foto del monitor nero dove in alto a sinistra troneggia la preoccupante scritta:

Debian GNU/Linux Buster tty1

debian login: _

L’ho guardato un po’ perplesso.
Non pretendo che tutti sappiano cosa sia Linux, per carità, ma santa polenta, Pinco, non sei un mulettista, sei il responsabile dei sistemi informativi!
Con tutto il rispetto per i mulettisti di tutto il mondo, è un mestiere importante, devi stare molto attento, ci vuole il patentino eccetera ma a ognuno il suo! Io non so guidare il muletto e Mr. Pallo deve almeno avere un’idea di dove sta l’alto e dove sta il basso.
Insomma per farla breve, questa è la situazione: Pinco Pallo non ha mai sentito nemmeno lontanamente parlare dell’esistenza di qualcosa che non sia Windows.
Non gli è certo venuto in mente di cercare su baidu cosa possa essere questo misterioso “Debian”; tantomeno ha pensato di interpellare gli interessati, evidentemente per non perdere troppo tempo a sentire storie noiose.
Quando ho tentato di spiegare che esistono dei sistemi operativi che non sono Windows, ho notato il tipico sguardo nel vuoto e ho desistito subito.
Il signor Panco Pillo ha visto una cosa che stava fuori dal suo comprendonio e come ha reagito? Ha staccato la spina.
Ma non è tutto! Signori, un attimo di silenzio.
Ha staccato anche il cavo di rete…

ingranaggi

Qualche anno fa facevo il grande manager in una fabbrica che comperava da un fornitore esterno un componente in bronzo, o in ottone, non ricordo.
Era un ingranaggio pesantuccio ma non particolarmente grande; si poteva tenere agevolmente in una mano.
La richiesta era che il materiale fosse sufficientemente resistente, e in questo caso la specifica era la durezza, che veniva misurata sulla scala Brinell.
A questo punto potrei forse farmi bello con descrizioni di sofisticati meccanismi di analisi molecolare, ma la realtà è come al solito molto più prosaica: alla fine per fare la prova della durezza si prendono dei punzoni e si massacra il materiale per vedere quanto profondi sono i buchi che si riescono a fare.
Chiaramente un materiale molto duro e resistente costa di più di un materiale morbido; il gioco dei fornitori è sempre il solito, cioè dosare attentamente le proporzioni delle materie prime e il processo di lavorazione in modo da ottenere un prodotto accettabile minimizzando i costi di produzione.
Il nostro fornitore era un cantinaro dei peggiori, e dire che di cantinari avevamo un vasto campionario; basti dire che l’unico fornitore buono del nostro portafoglio un bel giorno ha deciso che non ci voleva più come clienti, ma questa è un’altra storia.
Insomma questo qua stava sempre sul filo del rasoio; lo chiameremo Golosastro, per motivi che verranno chiariti più avanti.
Il reparto di controllo qualità effettuava dei test a campione sulle consegne: prendeva un po’ di questi ingranaggi e giù botte con punzoni appuntiti, annotando i risultati per poi calcolare delle statistiche. Alla fine se in un lotto si trovavano abbastanza pezzi accettabili allora il tutto veniva accettato, se no niente.
Detta così sembra semplice ma ogni volta col Golosastro era una guerra. Non ci si può immaginare il numero di telefonate, litigi, appelli e contrappelli alla logica e alla lunga collaborazione, insomma era una vera spina nel fianco. E gli puzzava pure l’alito di aglio.
Morale che una volta questo bel tomo consegna una partita dei suddetti ingranaggi che diciamocelo, faceva proprio pena. Il QC mi chiama e mi dice che stavolta si dovevano chiudere tutti e due gli occhi oppure anche con tutta la buona volontà non c’era altro da fare che non appioppare la giusta definizione: ciarpame.
Come da copione prendo il telefono e comunico la notizia al peracottaro: ⟪Senti “coso”, stavolta non ci hai dato ingranaggi, queste so’ girelle, vienitele a ripigliare.⟫
Con mio sommo stupore il “coso” non batte ciglio; anzi poco dopo arriva sul suo infame furgoncino, mi guarda storto (come sempre), prende su le sue cassette di ferraglia e se ne va. Rimango a fissarlo con i pugni sui fianchi mentre si allontana nella polvere del meriggio (mi è uscita così, sorry).
Passa un po’ di tempo, poi arriva la successiva consegna.
Memori della passata esperienza parlando col QC veniamo alla conclusione che per l’occasione bisogna stare particolarmente attenti, in quanto nell’aria si avverte un certo sentore di imbroglio (oltre che di aglio).
Quasi subito infatti Mr. QC mi chiama; vado a vedere, e vengo informato che la recente consegna consiste in realtà di due varietà di ingranaggi ben differenti, a ben vedere distinguibili anche ad occhio nudo: una parte è quasi accettabile, l’altra arriva evidentemente dalla consegna precedente. Sapendo che noi si faceva solo controlli a campione, “coso” ha pensato bene di mischiare parte delle girelle della volta prima insieme ai pezzi della nuova produzione, perché tanto si sa che gli stranieri sono tutti grulli.
⟪Fà una bella cosa⟫, gli dico, ⟪Stavolta li controlli tutti uno per uno, mi spiace che devi perdere tempo, e prepara uno dei tuoi punzoni, uno bello grosso a forma di “X”. Quando trovi una girella gli dai un bel colpo ma proprio forte, in modo che rimanga un segno evidente, che sia chiaro per tutti che non vanno bene. Così poi siamo sicuri che la prossima volta non ci viene il diabete per le troppe girelle che ci dobbiamo sorbire.⟫
Detto fatto, mettiamo da parte le merendine e aspettiamo la consegna successiva.
Il lettore avrà presente quel tipo di vulcano che sembra dormire, al massimo emette un pennacchio di fumo una volta ogni tanto; tutti se ne stanno tranquilli per secoli e poi senza nessun preavviso il vulcano esplode in una furia distruttiva senza pari lasciando molto stupite un sacco di persone in toga.
Questo è più o meno quello che è successo al golosastro quando ha visto le girelle punzonate, e si è reso conto che il suo astuto piano gli si era ritorto contro.
⟪Ma questi ingranaggi sono fatti su vostro design, non posso venderli a nessun altro!⟫ mi diceva sputacchiando con la faccia rossa come un pomodoro.
⟪Infatti il nostro design prevedeva anche delle specifiche di durezza che non hai rispettato. Se li facevi bene te li prendevamo tutti.⟫
⟪Ma io non ci sto dentro con i costi!⟫
⟪Ci dovevi pensare prima di firmare il contratto.⟫
⟪Allora non ve li faccio più!⟫
⟪Quella è la porta.⟫
⟪Non troverete nessuno che li faccia a questo prezzo!⟫
⟪Non per questo ci dobbiamo fare venire la carie ai denti con le tue girelle.⟫
E così via…
Alla fine se ne è andato, ma ha continuato a fare gli ingranaggi, e noi abbiamo continuato a fare i controlli 100%.
Di girelle ne abbiamo poi trovate ancora, ma non troppe.
Diciamo che periodicamente ha tentato ancora di rifilarcene qualcuna, ma l’abbiamo sempre beccato.

guardia

Allora l’altro giorno entro dal portone del palazzo per andare in ufficio e faccio un distratto saluto alla guardia anche se stranamente, penso io, mi sta fissando con espressione torva.
Non faccio nemmeno in tempo a girarmi che quello “OEH!” emette un urlo belluino nemmeno stessi entrando vestito da talebano sparando all’impazzata con il kalashnikov.
Cioè non è che abbia proprio detto OEH , si tratta di uno dei loro logogrifi che però vuole dire la stessa cosa.
E nemmeno è che l’abbia proprio esattamente riconosciuto di faccia, a parte che i cinesi non li distinguo nettamente uno dall’altro anche se vivo qui da millemila anni, poi c’aveva la mascherina come tutti e pure il cappello da guardia e anche gli occhiali non scuri ma talmente sozzi che sembravano occhiali da sole, insomma praticamente si vedevano solo le orecchie.
Morale che mi ci si avvicino e gli faccio: “Embè?” (non gli ho detto proprio embè, ma il logogrifo etc…)
E qui la vicenda assume tinte fosche: il figuro esclama: “证!” (stavolta ho scritto il logogrifo).
Le tinte sono fosche perché come tutte le guardie di un certo tipo di palazzi pidocchiosi come questo, essendo appunto pitocchi possono permettersi di assumere solo quadrumani semi-beoti dai sessant’anni in su, non che abbia niente contro i sessantenni anche perché tra poco mi ci ritrovo pure io, però sta di fatto non se ne trova uno che (causa pesanti inflessioni dialettali o mancanza di neuroni che sia) sappia pronunciare mezza parola in maniera decente, insomma non si capisce mai cosa dicono.
E questo qua era proprio un caso grave, caratterizzato da un tono da zombie da film horror degli anni ’70 ma con la polmonite, l’erre moscia la patata in bocca e la “S” sibilante oltre alla mascherina che comunque un certo effetto ottundente ce l’ha, per cui l’ho guardato fisso fisso mentre decidevo se mi stava prendendo in giro oppure stesse manifestando la sua effettiva capacità mentale.
Nelle traduzioni il contesto è importante ma da un solo carattere pronunciato in condizioni estreme è praticamente impossibile cavare alcunché, insomma avrebbe potuto essere “真”, “镇”, “正”, “增” oppure “征”, tutti logogrifi che si pronunciano allegramente allo stesso modo checché ne dicano i libri di grammatica e tutti i professori che sono bravi tutti a stare dietro alla cattedra ma li voglio vedere qua a intendersi con bestie del calibro di questo qua.
Il succitato bestio dopo un po’ di fissarsi tipo duello di mezzogiorno di fuoco ha lentamente tirato fuori dalle pieghe della sua frusta uniforme un facsimile del pezzo di carta da formaggio che mi avevano dato dopo il CNY quando non si sapeva cosa fare con l’epidemia (ulteriori dettagli al post del pass), più di due mesi fa, che dopo due giorni non lo guardava più nessuno e chiaramente non so nemmeno che fine abbia fatto.
Ecco chiarito il mistero: il messaggio che mi voleva fare arrivare era “Documenda!”
Inutile tentare di permeare la dura cervice del bestio, quindi tento il “metodo cinese”: ⟪Ma come, non mi riconosci? Vengo qui tutti i giorni!⟫
Era solo un tentativo disperato, infatti bello bello ⟪Sono nuovo, ho iniziato oggi⟫, mi dice.
See, “nuovo”, t’avranno pescato dal cassonetto, me sembri er nonno de Dracula! Ma non gliel’ho detto, invece ho fantozzianamente ammesso le mie colpe: ⟪È passato tropo tempo, il mio pass si è decomposto. Non ce l’ho. Che si fa? Io devo andare al lavoro.⟫
Come c’era da aspettarsi ecco che il mio interlocutore tira fuori la soluzione a tutti i problemi, l’infallibile innovazione tecnologica che scaccia le tenebre dell’ignoto: il famigerato registro dei nomi.
Trattasi di un orrido foglio spiegazzato con su scarabocchiata una griglia e in cima scritture indecifrabili che tanto non vale la pena di sapere perchè sono sempre le stesse: nome e cognome, da dove vieni, dove vai, perché, numero di telefono, quanti siete, cosa portate, un fiorino.
Per vendetta glielo ho compilato tutto in inglese, ha ha tiè, divertiti adesso.
Per la cronaca il pass era nella tasca del cappotto, a casa, perché effettivamente è passato talmente tanto tempo che è cambiata la stagione e adesso porto la giacca.