guardia

Allora l’altro giorno entro dal portone del palazzo per andare in ufficio e faccio un distratto saluto alla guardia anche se stranamente, penso io, mi sta fissando con espressione torva.
Non faccio nemmeno in tempo a girarmi che quello “OEH!” emette un urlo belluino nemmeno stessi entrando vestito da talebano sparando all’impazzata con il kalashnikov.
Cioè non è che abbia proprio detto OEH , si tratta di uno dei loro logogrifi che però vuole dire la stessa cosa.
E nemmeno è che l’abbia proprio esattamente riconosciuto di faccia, a parte che i cinesi non li distinguo nettamente uno dall’altro anche se vivo qui da millemila anni, poi c’aveva la mascherina come tutti e pure il cappello da guardia e anche gli occhiali non scuri ma talmente sozzi che sembravano occhiali da sole, insomma praticamente si vedevano solo le orecchie.
Morale che mi ci si avvicino e gli faccio: “Embè?” (non gli ho detto proprio embè, ma il logogrifo etc…)
E qui la vicenda assume tinte fosche: il figuro esclama: “证!” (stavolta ho scritto il logogrifo).
Le tinte sono fosche perché come tutte le guardie di un certo tipo di palazzi pidocchiosi come questo, essendo appunto pitocchi possono permettersi di assumere solo quadrumani semi-beoti dai sessant’anni in su, non che abbia niente contro i sessantenni anche perché tra poco mi ci ritrovo pure io, però sta di fatto non se ne trova uno che (causa pesanti inflessioni dialettali o mancanza di neuroni che sia) sappia pronunciare mezza parola in maniera decente, insomma non si capisce mai cosa dicono.
E questo qua era proprio un caso grave, caratterizzato da un tono da zombi da film horror degli anni ’70 ma con la polmonite, l’erre moscia la patata in bocca e la “S” sibilante oltre alla mascherina che comunque un certo effetto ottundente ce l’ha, per cui l’ho guardato fisso fisso mentre decidevo se mi stava prendendo in giro oppure stesse manifestando la sua effettiva capacità mentale.
Nelle traduzioni il contesto è importante ma da un solo carattere pronunciato in condizioni estreme è praticamente impossibile cavare alcunché, insomma avrebbe potuto essere “真”, “镇”, “正”, “增” oppure “征”, tutti logogrifi che si pronunciano allegramente allo stesso modo checché ne dicano i libri di grammatica e tutti i professori che sono bravi tutti a stare dietro alla cattedra ma li voglio vedere qua a intendersi con bestie del calibro di questo qua.
Il succitato bestio dopo un po’ di fissarsi tipo duello di mezzogiorno di fuoco ha lentamente tirato fuori dalle pieghe della sua frusta uniforme un facsimile del pezzo di carta da formaggio che mi avevano dato dopo il CNY quando non si sapeva cosa fare con l’epidemia (ulteriori dettagli al post del pass), più di due mesi fa, che dopo due giorni non lo guardava più nessuno e chiaramente non so nemmeno che fine abbia fatto.
Ecco chiarito il mistero: il messaggio che mi voleva fare arrivare era “Documenda!”
Inutile tentare di permeare la dura cervice del bestio, quindi tento il “metodo cinese”: ⟪Ma come, non mi riconosci? Vengo qui tutti i giorni!⟫
Era solo un tentativo disperato, infatti bello bello ⟪Sono nuovo, ho iniziato oggi⟫, mi dice.
See, “nuovo”, t’avranno pescato dal cassonetto, me sembri er nonno de Dracula! Ma non gliel’ho detto, invece ho fantozzianamente ammesso le mie colpe: ⟪È passato tropo tempo, il mio pass si è decomposto. Non ce l’ho. Che si fa? Io devo andare al lavoro.⟫
Come c’era da aspettarsi ecco che il mio interlocutore tira fuori la soluzione a tutti i problemi, l’infallibile innovazione tecnologica che scaccia le tenebre dell’ignoto: il famigerato registro dei nomi.
Trattasi di un orrido foglio spiegazzato con su scarabocchiata una griglia e in cima scritture indecifrabili che tanto non vale la pena di sapere perchè sono sempre le stesse: nome e cognome, da dove vieni, dove vai, perché, numero di telefono, quanti siete, cosa portate, un fiorino.
Per vendetta glielo ho compilato tutto in inglese, ha ha tiè, divertiti adesso.
Per la cronaca il pass era nella tasca del cappotto, a casa, perché effettivamente è passato talmente tanto tempo che è cambiata la stagione e adesso porto la giacca.

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