Monthly Archives: June 2010

trappola

Per chi si avventura in Cina, ci sono consigli e avvertimenti che possono risparmiare tempo e fatica, e anche evitare pietose figuracce.
La pagina che vorrei presentare oggi fa parte dell’ultima categoria, quella “salva-faccia”.
Mi rivolgo in questo post a chi il cinese lo parla già, e per la precisione alla specifica situazione nella quale ci si trova ad intrattenere conversazioni con persone che si vedono per la prima volta.
lo schema è fisso; dopo i primi convenevoli parte la solita conversazione che ho già praticato migliaia di volte, costituita da una infinita serie di complimenti: “Ma come parli bene il cinese”, “Come sei bravo”, “Sembri proprio un cinese”, “Pochi stranieri parlano il cinese così bene”.
Attenzione, primo consiglio: non cadere immediatamente in brodo di giuggiole perché i cinesi dicono così a tutti, a CHIUNQUE, anche ai sordomuti.
Comunque, dopo avere ripetuto le stesse cose per una dozzina di volte, ci si avvia finalmente verso la conversazione spicciola.
È qui che prima o poi scatta la trappola.
Si può essere matematicamente certi di questo, deve essere qualcosa cablato nel DNA, oppure qualcosa che insegnano loro da piccoli, a scuola:”Mi raccomando bambini, quando vedete uno straniero dovrete fargli la trappola! Hi hi hi, snigger snigger!”.
Ci si può stupire di come i cinesi sotto certi aspetti siano così prevedibili, soprattutto considerato che ritengono di essere furbi come il demonio; ma forse proprio per questo, perché pensano tutti la stessa cosa, alla fine poi in realtà sono tutti uguali, dal primo all’ultimo.
Comunque tornando a noi, solitamente il “domandone” (o “trappolone”) consiste in qualcosa di apparentemente innocuo, tipo: “Ieri ho mangiato il BRISCIUT.”
Segue una pausa pensosa.
Questo è il segnale, l’imbeccata: in questo momento bisogna decidere come reagire, in un duello di strategia, valutando le caratteristiche dell’avversario e tenendo bene a mente gli insegnamenti di Sun Tzu e Miyamoto Musashi.
La trappola in realtà è vecchia come il cucco, probabilmente veniva già usata dail’uomo di pechino quando incontrava un altro ominide proveniente dalla valle vicina alla propria.
Se si è rilassati ed in buoni rapporti, si può candidamente sorridere e chiedere: “Ma cosa sarà mai questo misterioso brisciut?”
Si scopre quindi che si tratta della misteriosa rana caudata che vive solo sulla montagna di origine dell’interlocutore, e quello è un termine che usano solo lì, anzi solo nel suo quartiere, anzi solo nel suo condominio.
Inutile puntualizzare che l’apporto alla conversazione dato dal brisciut è pressoché nullo, anzi decisamente negativo e molesto, e secondo me anche un pochino offensivo.
Insomma cerchiamo di immedesimarci, in un esercizio che pratico da tempo e che ha sempre dato ottimi risultati: è come se incontrassi un cinese che per anni e anni abbia faticosamente studiato l’italiano, ed fosse arrivato al punto di potersi esprimere con correttezza, quindi alla prima occasione gli facessi il test della cadrega come nella famosa scenetta!
Che senso avrebbe? Cosa ci sarebbe da dimostrare?
Vogliamo per forza ribadire a tutti i costi la schiacciante superiorità di seimila anni di storia cinese (autentica o meno), la cultura, le invenzioni, eccetera, &c, &c, che veramente non se ne può proprio più?
Il primo impulso per me, che qui ci devo vivere, e di cose del genere mi capitano tutti i santi giorni, è di balzare in piedi urlando, rovesciare il tavolo, poi usare la sedia per fracassare il cranio all’interlocutore.
Ma non viviamo mica in un telefilm americano, e nemmeno nel Bel Paese!
Qui bisogna controbattere ma con un sorriso, e poi magari andare assieme al KTV.
Una ottima strategia è il fuoco di sbaramento con una fila di domande: “Ma com’è fatta questa rana? E quanto vive? E dove si trova? E come si cucina? Che verso fa? Quante ce ne sono? Si trova tutto l’anno?” E così via.
C’è una buona probabilità che il molesto interlocutore non sappia praticamente nulla dell’argomento, quindi si senta colto in fallo, e sperabilmente prima di proporre un’altra trappola ci penserà due volte.
Se invece il termine assomiglia a qualcosa di vagamente conosciuto, per esempio un piatto tipico lombardo, si può anche fare finta di aver capito e proseguire con la conversazione: “Ah sì, buono, mia nonna lo faceva sempre.”
Sono impagabili le soddisfazioni che si ottengono con questo tipo di risposte, semplicemente osservando le espressioni di sgomento sulla faccia dell’avversario.
Pare di potergli leggere nella mente mentre si chiede: “????! Ma non saprà mica davvero cos’è il brisciut? Ma chi è questo? E ora cosa dirò alla prossima riunione del CRPS (comitato ridicolizzazione pubblica stranieri)?”
Le soddisfazioni sono purtroppo di breve durata, perché l’interlocutore incredulo non potrà fare a meno di chiedere: “Ma tu lo sai cos’è il brisciut?”
Caro, carissimo interlocutore… Ma se già sapevi che io non sapevo, allora cosa l’hai tirato in ballo a fare? Perché? PERCHÉ?
In questo caso la via d’uscita è semplice, basta dire: “Certo che lo so, è la carne d’asino trita fatta in pentola, yumm, buono.”
Questa è una via d’uscita onorevole, perché per uno straniero è lecito confondersi su di un termine.
Una volta invece mi sono incaponito a dire “Certo che lo so” e basta, senza fornire altre spiegazioni.
Questo ha provocato una certa empasse, perché l’interlocutore in questione non si azzardava a dire “E allora dillo, cos’è?”: sarebbe stato troppo.
Allora ha continuato a ripetere: “Ma lo sai cos’è?” e io: “Certo, lo so!” e così via per un po’ di volte, fino a quando si è arreso e l’ha detto lui.
Per la cronaca, era un termine indicante uno di quei gradi di parentela che per spiegarlo ci vuole un foglio Excel, e che si usava solo nella sua città, anzi solo nel suo quartiere, etc… etc…

contadini

Vorrei condividere in questo mio umile angolo di rete il risultato di una interessante discussione avuta recentemente con un “fellow expat”.
Si discuteva (guarda un po’) di frutta, in particolare di frutta importata, nella fattispecie di un tipo di uva nera senza semi che arriva dal Cile.
La domanda sorge spontanea: come mai con tutta la frutta che c’è qui, devono importare l’uva? Possibile che nessuno riesca a coltivare uva in Cina, che a tutt’oggi è un paese per l’80% agricolo?
Parentesi: non me ne vogliano gli “urbanities” di Shanghai e Beijing, ma le grandi città cinesi che trainano l’economia sono l’eccezione e non la regola.
Se vogliamo ragionare in termini di statistica, la Cina può essere descritta come paese costituito in prevalenza da montagne, deserti e grandi distese di coltivazioni frammentate in piccolissimi campi, a gestione familiare e coltivati prevalentemente a mano.
Chi coltiva i campi sono i famosi e spesso bistrattati contadini cinesi, quelli che in un anno vedono sì e no qualche migliaio di RMB.
Guardiamo in faccia la realtà: il tipico contadino cinese ripete sempre gli stessi gesti tutti i giorni dell’anno, in un ciclo tramandato da migliaia di generazioni.
I compatrioti di stanza qui in Cina lo sanno bene, basta guidare per una mezz’oretta in una qualsiasi direzione che lasci alle spalle il centro città e ci si ritrova catapultati in un altro mondo.
Certo ormai il contadino medio ha il cellulare, la televisione, la parabola satellitare; attenzione però, “medio” vuol dire che fette estese della popolazione non ha niente di tutto questo, e posso dire di avere toccato con mano la situazione quando ho guidato fuori città per più di mezz’ora.
Qualcuno ha anche qualche trabiccolo che aiuta nei lavori più pesanti, ma le tecniche di coltivazione sono fondamentalmente manuali, direi quasi medievali.
In effetti, i mezzi dell’agricoltura cinese sono così obsoleti che il rendimento della terra è abbastanza basso.
Allora come fanno a dar da mangiare a tutti?
Risposta: la Cina importa grano e soia dall’America! (e riso dal’India)
Ma la cosa più incredibile è che la soia americana è più economica di quella cinese!
Ma come, se il contadino medio cinese guadagna solo qualche migliaio di RMB all’anno!
Certo, ma in America la famosa mietitrebbia la usano eccome, e il contadino medio americano è più un businessman che un agricoltore: la mattina controlla le mail per vedere cosa gli ha scritto il suo broker, poi compra e vende dei futures sul suo prossimo raccolto, controlla le condizioni del tempo da satellite ed infine sale sulla sua mietitrebbia con GPS e sistema di guida computerizzato, e lascia che la macchina faccia tutto da sola mentre lui legge il “Financial Times”.
Sistema efficiente, mezzi efficienti, poche persone molto ben organizzate, tutto questo significa prezzi bassi.
La risposta pare ovvia: l’onnipotente governo cinese potrebbe avviare dei programmi di riforma e modernizzazione dell’agricoltura, problem solved.
Nel mio piccolo però io penso che il governo cinese non abbia alcun interesse a sviluppare particolarmente l’agricoltura, per una semplice ragione. Supponiamo che il villaggio “X” decida di acquistare una mietitrebbia che fa il lavoro di 100 persone.
E le altre 99 cosa fanno? Abbandonano la campagna per andare a fare fortuna in città?
Così da creare altre tensioni sociali, aumentare il numero dei “migrant workers“, far salire la disoccupazione, insomma fare casino?
Niente di tutto questo, anzi più pastoie si riesce ad escogitare per tenere i contadini al loro posto, meglio è.
Quindi, avanti così, importare uva e prugne, e accontentarsi di pitaya, lychees, waxberry eccetera che poi sono pure buoni.
E i contadini (e i pescatori, minatori, pastori etc…), per ora è importante che se ne stiano buoni, e continuino a fornire la manodopera a basso costo che continua ad essere così importante per la Cina.

pixiu

In seguito al commento di Nino ho fatto qualche ricerca, ed ecco che andiamo oggi a presentare un altro animale mitico cinese.
Il 貔貅 (píxiū) è rappresentato con la testa di drago, il corpo di cane o cavallo, e zampe da Qilin (notare che il caratteri 貔貅 sono altrettanto molesti di quelli del 麒麟).

Pixu 1 Pixu 2

Statue del bestio vengono posizionate in posizioni strategiche per sfruttare al meglio le sue virtù protettive.
Un altro utilizzo diffuso è sotto forma di pendaglio da portare addosso.
Ce ne sono due tipi, 天禄 (tiānlù) con un corno, e 辟邪 (pìxié), due corna.
Se vi capita di passeggiare con dei cinesi per strada e di vedere una statua, far passare questa informazione sotto forma di commento casuale può far guadagnare una montagna di faccia.
Il 貔貅 vola, ha la pelliccia grigio-bianca; combattente feroce, succhia il sangue e l’essenza dei demoni che sconfigge e trasforma poi in benessere.
Una leggenda dice che una volta il 貔貅 era uno dei figli del Jade Emperor, e che abbia rovinato un oggetto prezioso nel palazzo.
Il padre furibondo lo tramutò magicamente in quello che sappiamo, condannandolo a potersi nutrire solo solo di oro e gioielli.
A dispetto di tutte le leggi della fisica è anche sprovvisto di ano, quindi è destinato ad accumulare tutto quanto ingerisce, fino a che…
Mah? Non si sa. Forse esploderà con fragore.
Sta di fatto che le essenze maligne che esso assorbe non possono uscire.
Quindi visto che si nutre di oro e preziosi, le statue vengono posizionate all’ingresso delle banche; e siccome assorbe le essenze maligne, viene posto anche nelle abitazioni.
I sostenitori del 风水 più accaniti sostengono che non va messo in bagno o in cucina o in camera da letto, altrimenti perde i suoi poteri protettivi.

Pixu 1 Pixu 2

Ho trovato delle indicazioni su wikianswers: “How to use a Pi Xiu?” (Certo che su internet si trova proprio di tutto…):

You should never site Pi Xiu in a toilet, kitchen or bedroom of your house as this will inhibit their powers. The best place is in the East sector of your living room at a position lower than eye level but not on the floor as this is seen as disrespectful. In the home it is often recommended to have a pair of Pi Xiu facing outwards towards the door or window so they can protect the family and attract money into the house. If you have moved into a new home or are experiencing bad luck then these are regarded as the most powerful symbol to change your fortunes. Many Chinese place their lottery tickets under the Pi Xiu hoping this will bring them good luck and a sudden windfall. At work place them on your desk or in the reception area facing the door as this will protect the business and attract luck and wealth.

Il testo completo si trova su “29 Chinese Mysteries” di Roy Bates.

frutta 3

Ecco qui l’atteso seguito dei precedenti post sulla frutta tropicale.
Per iniziare citerò il 番石榴 (fānshíliu) “guava”, anche se non mi piace per niente.
Ricorda un po’ una pera, però ha una polpa secca, legnosa.
Ci fanno un succo che si trova al supermercato (mica tanto buono neanche quello).

Guava

L’odore del 榴莲 (liúlián) “durian” ricorda qualcosa di marcescente, e anche gli appassionati che ne decantano il sapore, abbassano lo sguardo quando interrogati sull’odore.
Una volta in un ristorante mi ero portato del durian da fare assaggiare a degli amici italiani ma un cameriere mi ha cortesemente invitato ad uscire.
È molto dolce, mi piaceva, ma una volta ne ho mangiato talmente tanto da farne indigestione e da allora l’odore anche da lontano mi fa venire il voltastomaco.
L’aspetto è molto singolare, è un pò come un perone gigante ricoperto da inquietanti spine a forma di piramide.
L’interno è diviso in spicchi con dentro dei semi ovali.

榴莲 liúlián 1 榴莲 liúlián 2 mica palle.
榴莲 liúlián 1 榴莲 liúlián 2 榴莲 liúlián multa

Nonostante l’aspetto apparentemente simile, il 菠萝蜜 (bōluómì) “jackfruit” non è parente del 榴莲 (liúlián).
Può crescere fino a misure impressionanti, ha le punte meno pronunciate e sia l’aspetto interno che il sapore sono proprio diversi.
Puzza anche lui, ma mentre il durian richiama alla mente delle scarpe da tennis in caucciù calzate per settimane da piedi di scimmia, questo almeno ricorda il regno vegetale.
Link 1, link 2.
È delizioso.

菠萝蜜 bōluómì 1 菠萝蜜 bōluómì 2 菠萝蜜 bōluómì 3
菠萝蜜 bōluómì 1 菠萝蜜 bōluómì 2 菠萝蜜 bōluómì 2

Abbiamo quindi lo 黄皮果 (huángpíguǒ) “Wampi , Wampee“, asprino, non se ne vedono tantissimi ma quando se ne trova un albero suggerirei di fare una sosta tattica.

黄皮果 1 黄皮果 2 黄皮果 3
黄皮果 huángpíguǒ 1 黄皮果 huángpíguǒ 2 黄皮果 huángpíguǒ 3

Un altro “personaggio” è il 罗汉果 (luóhànguǒ) “Corsvenor Momordica“; non si trova praticamente mai fresco, ma nei mercatini ci sono sacchi pieni del frutto secco.
Pare che sia usato nelle zuppe.

罗汉果 1 罗汉果 2
罗汉果 luóhànguǒ 1 罗汉果 luóhànguǒ 2

Un discorso a parte meriterebbe il 山竹 (shān zhú) “mangosteen“; in apparenza dall’esterno sembra un mirtillone, ma ha una buccia molto spessa, dentro è bianco e molliccio. A me non piace tanto ma c’è gente che ne va matta.

山竹 1 山竹 2 山竹 3
山竹 shān zhú 1 山竹 shān zhú 2 山竹 shān zhú 3

Un frutto che invece mi piace molto è il 大枣 (dàzǎo), in inglese viene chiamato “jujube, Chinese date“; c’è anche in Italia e si chiama giuggiola, proprio quella del “brodo di giuggiole“.

大枣 1 大枣 2 大枣 3
大枣 dàzǎo 1 大枣 dàzǎo 2 大枣 dàzǎo 3

Last but not least, il 山楂 (shānzhā), “Crataegus pinnatifida”, conosciuta anche come “Chinese hawthorn”.
Viene molto spesso caramellato e infilato su uno stecco; una volta costituiva lo stuzzichino da passeggio per definizione, ora comunque si vedono ancora dappertutto tizi in bicicletta che ne portano in giro mazzi da vendere per strada.

山楂 1 山楂 2 山楂 3
山楂 shānzhā 1 山楂 shānzhā 2 山楂 shānzhā 3

Da questo frutto si ricavano una quantità di dolci e caramelle tra i quali i più famosi sono senza dubbi i 山楂片 (shānzhāpiàn) e il 山楂糕 (shānzhāgāo).

山楂片 venditrice 山楂糕
山楂片 shānzhāpiàn venditrice 山楂糕 shānzhāgāo