March 11th, 2010
Visto che tutta la baracca del capodanno cinese è basata sul calendario lunare, mi sono permesso di fare qualche domanda ai nativi per capire come funziona il tutto.
Aiuto! NESSUNO ha la più pallida idea di come funzioni il calendario lunare.
Tutti sanno che si chiama 农历 (nónglì), mentre il calendario normale (Gregoriano) si chiama 公历 (gōnglì), e tutti sanno che il calendario cinese è stato usato per i soliti seimila anni &c. &c.
Qualcuno si è sentito in dovere di dirmi che che altri termini meno usati sono 阳历 (yánglì) “calendario solare” e 阴历 (yīnlì) “calendario lunare”, e che 农历 e 公历 sono termini colloquiali mentre 阳历 e 阴历 sono un po’ più formali.
Allora ho fatto qualche ricerca, e questa è la stupefacente verità: il calendario lunare cinese è in realtà un calendario 阴阳合历 (yīnyáng hé lì) “lunisolare”!
Cioè non è basato unicamente sulle fasi lunari ma incorpora anche elementi dell’anno solare.
Al mondo vengono anche utilizzati dei calendari unicamente lunari, ma questi hanno il difetto che non essendo sincronizzati con i movimenti del sole, perdono il sincronismo con le stagioni.
In un 平年 (píngnián) “anno non bisestile” del calendario lunare cinese ci sono 12 mesi lunari di 30 giorni 大月 (dà yuè) oppure di 29 giorni 小月 (xiǎoyuè), e 354 oppure 355 giorni; il numero di giorni in un anno varia perché il numero di 小月 e 大月 può variare in base a regole troppo complicate per un normale cervello umano.
Siccome in un 太阳年 (tàiyángnián) anno solare ci sono più giorni che nell’anno lunare, ogni 19 anni lunari vengono inseriti sette 闰月 (rùnyuè) “mesi supplementari”, e l’anno diventa di 383 oppure 384 giorni.
Questo risolve il problema del sincronismo con le stagioni, anche se per calcolarsi da soli quando inserire i mesi supplementari ci vorrebbe un supercomputer.
I contadini nei loro lavori agresti hanno bisogno di sapere quando piantare, quando raccogliere; in Italia la questione è risolta con cose del tipo “A San Martino la sementa del poverino”, “Pota e zappa nel febbraio, se vuoi l’uva nel panaro”, “Luna calante marzolina fa nascer l’insalatina”.
Nell’austera Cina medievale, affollata com’era di immortali taoisti ed eroi leggendari, chiaramente non si poteva ricorrere ad espedienti così goliardici, per cui parallelamente ai mesi lunari l’anno venne suddiviso in 24 节气 (jiéqi) “termini solari”.
I 节气 sono calcolati in base a precisi valori della posizione del sole sulla 黄道 (huángdào) “eclittica”, e li cito qui per una ragione be precisa: sui calendari cinesi sono sempre riportati, e per anni mi sono chiesto cosa volessero dire.
- 立春 (lìchūn), “inizio della primavera”
- 雨水 (yǔshuǐ), “pioggia e acqua”
- 惊蛰 (jīngzhé), “risveglio degli insetti”
- 春分 (chūnfēn), “equinozio di primavera”
- 清明 (qīngmíng), “mente lucida”
- 谷雨 (gǔyǔ), “pioggia sul grano”
- 立夏 (lìxià), “inizio dell’estate”
- 小满 (xiǎomǎn), “grano maturo”
- 芒种 (mángzhòng), “sul grano crescono le barbe”
- 夏至 (xiàzhì), “solstizio d’estate”
- 小暑 (xiǎoshǔ), “piccolo caldo”
- 大暑 (dàshǔ), “grande caldo”
- 立秋 (lìqiū), “inizio d’autunno”
- 处暑 (chǔshǔ), “limite del caldo”
- 白露 (báilù), “rugiada bianca”
- 秋分 (qiūfēn), “equinozio d’autunno”
- 寒露 (hánlù), “rugiada fredda”
- 霜降 (shuāngjiàng), “scende il gelo”
- 立冬 (lìdōng), “inizio d’inverno”
- 小雪 (xiǎoxuě), “piccola neve”
- 大雪 (dàxuě), “grande neve”
- 冬至 (dōngzhì), “solstizio d’inverno”
- 小寒 (xiǎohán), “piccolo freddo”
- 大寒 (dàhán), “grande freddo”
Sui calendari cinesi accanto alle normali indicazioni della data e del giorno della settimana, appaiono simboli che fino a prima di scrivere questo post mi erano misteriosi, e che ora vado ad illustrare.
L’inizio del mese lunare viene indicato con numero + 月, quindi per esempio (guardo il calendario che ho davanti a me) sul 16 Febbraio c’è scritto 二月 (èryuè) “secondo mese”. Questo giorno nell’ambito del mese viene indicato come 初一 (chūyī), cioè primo giorno del periodo iniziale.
I periodi sono tre, durano 10 giorni ciascuno e sono: 初 (chū), 十 (shí) “dieci”, 廿 (niàn) “venti”.
Quindi i giorni successivi saranno indicati come 初二 (chūèr), 初三 (chūsān) eccetera fino a 初十 (chūshí) che chiude il primo periodo del mese; inizia quindi il secondo: 十一 (shíyī), 十二 (shíèr), 十三 (shísān), via via fino a 二十 (èrshí) e poi inizia il terzo: 廿一 (niànyī), 廿二 (niànèr) fino a 三十 (sānshí), l’ultimo giorno del mese.
Nel mese di Febbraio al posto di 初六 il giorno 21 è segnato 春分.
Chiaro come il sole! (e la luna)…
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February 21st, 2010
È appena passato il capodanno cinese, con la consueta valanga di SMS di auguri.
Ne ho ricevuti di tutti i tipi, partendo da un anonimo 虎年快乐 (hǔnián kuàilè) “Felice anno della tigre” fino ad arrivare a poemi come questo:
虎年来临之际,给你虎虎的祝福,虎虎的甜蜜,虎虎的运气,虎虎的健康,虎虎的快乐,虎虎的心情,虎虎的欣慰,虎虎的顺利,虎虎的幸福,虎虎的人生!全家幸福!
Arriva l’anno della tigre, ti da’ le benedizioni della tigre, la dolcezza della tigre, la fortuna della tigre, (e così via: salute, allegria, stato d’animo, gratificazioni, successo, felicità, vita)
Sono arrivati i classicissimi: 万事如意 (wànshìrúyì) “Che tutto proceda come tu desideri”, con le varianti: 万事吉祥 (wànshì jíxiáng) “che tutto ti sia di buon auspicio”; 万事胜意 (wànshì shèngyì) “Che tutto ti riesca al meglio”; 事事顺心 (shìshì shùnxīn) “che sia tutto di tuo gradimento”.
Poi 身体健康 (shēntǐ jiànkāng) “buona salute”, e la variante 身体安康 (shēntǐ ānkāng), i vari 虎年吉祥 (hǔnián jíxiáng) “buon anno della tigre”, e il sempre gradito 新年快乐 (xīnnián kuàilè) “buon anno”.
Carino questo che riporta dei giochi di parole sulle grandi marche:
新年新气象,百事可乐,万事七喜,心情雪碧,学习芬达,工作红牛,生活茹梦,爱情鲜橙多,天天娃哈哈,月月乐百事
Nuovo anno nuova vita, tutto Pepsi, tutto 7-UP, umore Xuebi (un soft drink), Fanta sullo studio, Red bull sul lavoro, una vita RuMen (un succo di frutta), un amore al succo d’arancia, ogni giorno Ha-ha-ha (bevanda per bambini), ogni mese acqua “robust”
Ne ho ricevuti anche in forma di poesia 七言:
| 虎年有虎来守护, |
Nell’anno della tigre la tigre porta protezione, |
| 祝您全家都幸福。 |
auguri di felicità a tutta la famiglia |
| 虎背驮来福寿禄, |
La tigre porta sulle spalle longevità e fortuna |
| 虎嘴衔来金满屋。 |
la tigre porta in bocca soldi a palate. |
| 虎腿迈着青云步, |
La tigre fa fare passi da gigante e ti porta in alto |
| 虎头顶着好仕途。 |
La tigre porta sulla testa una buona carriera. |
| 虎爪劈开生财路, |
La zampa della tigre apre la strada all’abbondanza, |
| 虎尾展开大鸿图。 |
la coda della tigre apre grandi porospettive |
In effetti la mia traduzione lascia molto a desiderare, ma il senso è quello.
Bello questo ispirato ad una filastrocca per bambini molto popolare:
| 一二三四五, 上山逗老虎; |
1, 2, 3, 4, 5, sulla montagna a caccia di tigri; |
| 摇摇老虎头, 吃穿不用愁; |
Agita la testa della tigre, non dovrai preoccuparti di vitto e alloggio; |
| 摸摸老虎腿, 月月加薪水; |
Tocca le zampe della tigre, ogni mese avrai l’aumento di stipendio; |
| 拍拍老虎背, 存款翻十倍; |
Dai delle pacche sulla schiena alla tigre, il tuo conto in banca si moltiplicherà di 10 volte; |
| 亲亲老虎嘴, 生活好滋味。 |
Dai un bacio sulla bocca alla tigre, la vita avrà un buon sapore |
Il gran finale:
。☆。祝。☆。
★。\|/。★
。新 2010 年。
★。/|\。★
☆快。★。乐☆
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February 15th, 2010
Oggi si parla di 咸菜 (xiáncài), un ingrediente che non manca mai nella cucina dei cinesi.
Il termine 咸菜 è generico, indica qualsiasi verdura conservata in salamoia: teste d’aglio, cipolline, rape, cetrioli, oltre ad una varietà di verdure sconosciute al di fuori dell’Asia.
Tra queste, vorrei citarne una che si chiama 榨菜 (zhàcài); in inglese ha il brutto nome di Tumour Mustard, il nome scientifico è “Brassica juncea tumida”; in giapponese, gli stessi due caratteri vengono letti ざーさい zāsai.
Oltre alla “tumida” esistono un sacco di altre varietà (capitata, faliosa, megarrizha, etc…) tutte commestibili e tutte classificate come angiosperme dicotiledoni.
Il carattere 榨 (zhà) significa “spremere” e si trova nei menù dei ristoranti alla pagina dei beveraggi per indicare i succhi di frutta spremuti al momento: 鲜榨果汁 (xiān zhà guǒzhī).
菜 (cài) significa proprio “vegetale” ma per esteso anche “piatto, pietanza”; il menù del ristorante è 菜单, letteralmente “lista delle pietanze”.
La pietanza è originaria dello 四川 (Sìchuān) Sichuan e per la precisione della zona di 涪陵 (Fúlíng) Fuling.
Pare che parte del processo di lavorazione preveda l’eliminazione dell’acqua in eccesso tramite schiacciamento, da cui il nome “verdura schiacciata”.
Viene anche chiamata 榨菜头 (zhàcài tóu), e viene consumata solo nella versione in salamoia, ed è particolarmente popolare.
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| Zhacai al naturale |
Campo di Zhacai |
Zhacai in bustina |
Al supermercato si trova intera, in grandi contenitori aperti dove si può scegliere quella che piace di più, oppure in sacchetti di plastica chiusi ermeticamente.
Io la uso a volte in cucina, tritata finemente, al posto del sale.
Viene usata non solo in cucina ma anche come snack; si trova già tagliata a pezzetti in pratici blister monodose.
Nei voli interni in Cina te la rifilano praticamente sempre.
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| Zhacai in salamoia, interi |
Zhacai in salamoia, a pezzetti |
Molti Zhacai |
Ecco anche una bella foto del processo di lavorazione con didascalia esplicativa.
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February 8th, 2010
Torno a parlare di 苏东坡 (Sū Dōngpō) con la seguente sua poesia; mi sono cimentato in una traduzione in italiano che spero non offenderà troppi esperti del settore:
| 罗浮山下四时春, |
Ai piedi del monte Luofu è sempre primavera, |
| 卢橘黄梅次第新。 |
è sempre stagione di loquat e prugne mature, |
| 日啖荔枝三百颗, |
Se potessi mangiare trecento lychee al giorno, |
| 不妨长作岭南人。 |
non mi dispiacerebbe diventare cantonese. |
In città c’è un parco con una statua e una iscrizione che riporta proprio questa poesia.
Il buon vecchio Su Dongbo cita il 卢橘 (lújú), che però io ho sempre sentito chiamare 枇杷 (pípa), in inglese viene chiamato loquat e in Italia sarebbe la comune nespola, vedi foto:

La traduzione del termine 黄梅 (huángméi) provoca accesi dibattiti tra gli stessi cinesi; alcuni tagliano la testa al toro e invece di 黄梅 scrivono 杨梅 (yángméi) “Strawberry Tree (Arbutus unedo), Arbutus”, altri dicono che 黄梅 è un frutto a parte, altri ancora dicono che 黄梅 dovrebbe indicare il periodo di maturazione delle prugne che prima erano verdi. A me piace di più l’idea delle prugne gialle.
Comunque ecco un paio di foto di arbutus:

岭南 (Lǐngnán) è un toponimo, indicava una regione che cmprendeva l’attuale Guangdong e Guanxi.
La montagna 罗浮山 (Luófú shān) è poco distante da dove sto io, è un posto carino per una gita fuori porta.
In quattro righe il sagace Su Dongpo ci fa capire varie cose, primo che era un ghiottone, secondo che la frutta tropicale è qualcosa da non perdere.
In effetti quando stavo in Italia conoscevo il 荔枝 (lìzhì) “Litchi chinensis, Lychee” solo nella versione in scatola, e andavo dicendo che non era per niente buono.

Una volta assaggiati quelli freschi però non si torna più indietro: sono veramente eccezionali.
Come tutte le cose in Cina, anche per il Lychee ci sono infinite varietà, alcune delle quali rarissime e costosissime, una storia lunghissima, letteratura a fiumi, una serie di leggende, proprietà curative, eccetera.
Nell’antichità c’era gente che andava letteralmente matta per i lychee; c’è un altro poema di Su Dongpo sull’argomento, intitolato 荔枝叹 (lìzhī tàn) “Lamento sui Lychee”.
Non mi ci cimento perché non ho tempo ma riporto una traduzione in inglese che ho trovato su internet:
Every ten li a station swirling with dust, Every five li a post to urge couriers on;
Men die like flies, their corpses line the road, So that lychees and longans may be delivered to court.
Carriages race over hills, boats sweep through the seas,
With new plucked fruit on fresh boughs, the leaves still dewy,
All to win a smile from the beauty in the palace,
Though it cost bloodshed and strife, and its effect remains for ever.
È interessante questo sito per appassionati: http://www.lycheesonline.com
Ci sono anche altri frutti della stessa famiglia, per esempio il 龙眼 (lóngyǎn) “Occhio di drago”:

È notevole poi il rambutan, che sembra un lychee che abbia subito una sorta di evoluzione all’incontrario:

Arrivederci alla prossima puntata di “Strabilianti frutti esotici dalla Cina!”
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January 29th, 2010
Oggi non farò il solito post di frigne sulla vita in Cina, bensì scriverò un post di cultura generale, e parlerò di 玉 (yù) “giada”.
La giada per i cinesi riveste un fascino particolare.
Considerata più preziosa di oro e argento, era conosciuta fin dalla più remota antichità: nei musei ci sono oggetti di giada datati 5000 B.C.
Tra le molte virtù attribuite al minerale, pare che la giada preservasse il corpo dopo la morte, per cui nelle tombe dei potenti era un “must”, non solo come materiale per suppellettili ma anche come rivestimento, mi ricordo di avere visto nei musei intere armature fatte di pezzetti di giada.
Anticamente i taoisti ritenevano di poter raggiungere l’immortalità mediante pozioni nelle quali la giada risultava invariabilmente come ingrediente; non per niente la divinità suprema del Taoismo si chiama 玉皇 (Yùhuáng) “Imperatore di Giada”.
Il termine “giada” indica in realtà due minerali diversi: uno è 硬玉 (yìngyù) oppure 翡翠 (fěicuì) “jadeite”, l’altro è 软玉 (ruǎnyù) “nefrite”, quest’ultima da non confondersi con la malattia dei reni anche se alla fine le parole sono collegate: infatti la parola “Giada” deriva dallo spagnolo “piedra de hijada” cioè “pietra del fianco”, in quanto usata dalle popolazioni indigene delle Americhe come rimedio contro le malattie dei reni.
Stranamente la nazione che vanta i maggiori depositi di giadeite non è la Cina ma il 缅甸 (Miǎndiàn) cioè Burma o Myanmar che dir si voglia.
In Cina sono comuni i negozi di gioielli specializzati in giada burmense,come pure quelli che si rifiutano di venderla per motivi politici.
Infatti la giada proveniente da Burma è un po’ come i “blood diamonds” africani, infatti viene chiamata anche “blood jade“. Ci sono vari gruppi che lottano per questa causa.
La maggior parte di quello che si vede sulle bancarelle in Cina sono pezzetti di vetro, ciononostante il 99% dei cinesi ne porta un pezzetto appeso al collo con un filo rosso; dicono che faccia bene alla salute.
Volendo acquistare della giada, bisogna stare attenti ad una serie di fattori.
Innanzitutto il colore: più è verde brillante e più alto è il valore; il colore non deve essere né troppo chiaro né troppo scuro; ogni macchia scura o chiara che spezzi l’omogeneità del materiale ne diminuisce il valore.
Curiosità: per indicare le imperfezioni della giada si usa il carattere 瑕 (xiá) “difetto”.
Poi c’è la trasparenza: la giada più preziosa è traslucente, ad occhio nudo si deve poter intravedere l’interno ad una distanza di uno o due millimetri dalla superficie.
La lavorazione poi è importantissima; specialmente quando l’artigiano riesce ad incorporare eventuali difetti in un disegno.
Macchie e striature sono formate da elementi estranei presenti nel minerale. Con procedimenti chimici è possibile eliminare le impurità, ma il risultato non è più giada 天然 (tiānrán) “naturale”, bensì 处理 (chǔlǐ) “trattata”.
Altri procedimenti sono volti a modificare il colore in modo da renderlo più verde; in questo caso si parla di giada 合成 (héchéng) “sintetica”.
È impossibile capire ad occhio nudo se la giada sia stata trattata chimicamente; sono necessari dei test di laboratorio.
Le gioiellerie forniscono dei certificati di autenticità per gli oggetti più preziosi , ma si sa, sono cose da prendere “cum grano salis”.
Ci sono vari tipi di giada più o meno preziosi, per esempio quella 冰种 (bīng) “ghiaccio”, di colore chiaro quasi bianco; la 豆种 (dòu) “fagiolo”, di aspetto opaco; la 碧种 (bì) con una tinta azzurra; 玻璃种 (bōli) “vetro”, trasparente.

玻璃种 (bōli) “vetro”

冰种 (bīng) “ghiaccio”

豆种 (dòu) “fagiolo”

碧种 (bì)
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January 22nd, 2010
Spesso i miei interlocutori cinesi mi dicono che con me hanno l’impressione di parlare con una persona “senza cultura”.
Al che solitamente ribatto che è proprio vero, certo la cultura cinese non la conosco, e nemmeno conosco i seimila anni di storia, e nemmeno una delle 50mila poesie Tang.
Dispongo solo di una risibile parte dell’arsenale di 成语 (chéngyǔ) e proverbi che sono le frecce delle battaglie verbali tra persone colte.
Potrei però ribattere che in Italia ho fatto il liceo, quindi mi ricordo ancora qualche frammento dei Promessi sposi, della Divina Commedia, qualche frase in latino.
So anche come funziona un motore a scoppio o un trasformatore, so che la gestazione umana dura nove mesi, in molti casi so dire qual’è la capitale di un dato paese straniero, eccetera.
Purtroppo queste sono tutte cose che per un cinese non sono considerate “cultura” ma mere curiosità, pertanto prive di ogni interesse.
Anzi peggio: il cinese vive in un sistema dove per esempio sapere che il bronzo è fatto di rame e stagno è già di per sé indizio di appartenenza alla classe lavoratrice, alla forza lavoro.
Io ho sempre pensato che che ognuno dovrebbe trovare il giusto equilibrio in ogni cosa, compresa la percentuale di sinapsi impiegate a ricordare poesie piuttosto che numeri.
Ho sempre avuto l’impressione che i cinesi invece in certi aspetti della vita abbiano una visione piuttosto monolitica.
Per quanto riguarda la cultura è sicuramente così, forse come conseguenza della struttura degli esami imperiali che avevano come unico soggetto la letteratura classica.
Quando partecipo alla conversazione in un gruppo dove sono l’unico straniero, solitamente la fase iniziale è dominata dalla curiosità, con le consuete domande di rito.
Passata la novità, subentra poi la fase in cui i cinesi si scambiano tra di loro motti di spirito e “witticisms” ben al di là della mia comprensione, per cui ben presto vengo lasciato da parte.
La mia unica vendetta e divertimento personale consiste quindi nello sfruttare la parte di cultura che loro non posseggono per fare scherzi orribili.
Di seguito, alcune delle bufale che negli anni sono riuscito a far credere a vari conoscenti cinesi:
- Le olive vengono dall’America come i pomodori e il mais.
- Le zanne degli elefanti crescono in cima alla proboscide.
- Quelle che si vedono sotto alle ali degli aerei da guerra non sono bombe ma aerei più piccoli da usare per l’evacuazione in caso di emergenza (ok, qui sono stato scoperto quasi subito, ma solo perché c’era uno che aveva fatto il militare in aeronautica).
- I testimoni di Geova non mangiano gamberi e aragoste perché il fondatore della religione era allergico.
- In Australia i koala vengono tenuti in casa come animali da compagnia (beh, gli americani tengono i conigli, no?)
- Esistono gli alberi di fragole (questa è stata meno dura di quanto possa sembrare, gli interlocutori venivano tutti da grosse città)
- In Brasile durante il carnevale tutti girano nudi per strada.
- Le pecore non sono altro che una varietà di capre a pelo lungo. Questa è stata facile perché in cinese il carattere 羊 (yáng) indica qualsiasi cosa somigli ad un ovino, quindi 山羊 (shānyáng) “capra” è l’”ovino di montagna”, mentre 绵羊 (miányáng) “pecora” ha il carattere 绵 che significa “morbido, continuo”
- Nell’antico Egitto tutte le case erano a forma di piramide, e ancora oggi se ne vedono molte, specialmente nelle campagne.
Queste sono solo quelle che mi ricordo al momento…
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January 12th, 2010
L’ultima novità delle folli serate cinesi è la 桑那浴 (sāngnàyù) “sauna”.
Sinceramente in passato ho evitato questi posti perché hanno fama di luoghi di prostituzione, ma ultimamente ho accettato di provare questo posto nuovo perché è stato un amico affidabile a garantirmi che si trattava di un luogo “pulito”.
Ci siamo andati in 4, cioè io più l’amico messicano, l’americano e il taiwanese (non è l’inizio di una barzelletta, ma l’elenco delle persone che frequento di solito).
Sarò breve: quattro o più piani, non ho ancora esplorato tutto.
Arredamento faraonico, quattro piscine a temperature diverse di cui una con pesci; sauna finlandese e bagno turco; inservienti dovunque, servizi di ogni tipo compresa sala “stravacco” con monitor personale per vedere la televisione; navigazione internet, ping-pong, frutta e succhi gratis a volontà, buffet a pranzo e a cena.
Tutto compreso nell’ingresso, una manciata di RMB; poi volendo ci sono anche massaggi di ogni tipo da pagare però a parte.
La carrellata di divertimenti mondani in città continua: recentemente sono andato a vedere Avatar in 3D nel nuovo centro commerciale dove c’è anche 沃尓玛 (wòěrmǎ) “Wal-Mart”, più vari ristoranti tra cui la churrascaria brasiliana, l’Ajisen giapponese, la pista di pattinaggio, sala giochi, parco bimbi, etc.
Di centri così ce ne sono due, l’altro è il Jusco, sulla stessa falsariga, non c’è il cinema ma in compenso c’è una steak house degna di nota.
Di steak house in città ce ne sono altre ma questa è l’unica a fare delle bistecche veramente buone.
Insomma, io sono arrivato qui nel 2007, e allora non c’era NIENTE a parte i soliti karaoke (bleah); uscire la sera era una depressione, il massimo divertimento era andare al ristorante.
In tre anni sono spuntati come funghi centri benessere, centri commerciali, centri residenziali, per non parlare delle strade nuove, ponti eccetera.
Certo non sarà Shanghai o Pechino ma per uno abituato all’andazzo di qualche anno fa, sembra di abitare a Simcity!
Ho imbroccato per caso una città che sta recuperando in fretta il progresso perduto in anni di sonnolenza.
La corsa allo sviluppo però non è affatto omogenea nelle varie città, dipende tutto da una serie di fattori geografici e politici.
Qui le cause sono collegate alle grosse aziende di Shenzhen che devono spostare i propri stabilimenti fuori dalla cerchia urbana in espansione.
La città dove vivo è una delle scelte più ovvie, e il governo municipale lo sa bene, per questo stanno costruendo come castori.
La musica nelle altre città può essere ben diversa, come non sembrano rendersi conto i giornalisti nel resto del mondo che continuano a proporre una Cina uniformemente dinamica.
Se ne può rendere conto chiunque viva in una grande città cinese: a 20 KM dal centro si piomba in un altro pianeta, e ci si accorge che le zone non contemplate dai piani regolatori sono ancora ferme all’età della pietra.
Il sistema 户口 (hòkǒu) poi non permette a chi è nato in campagna di trasferirsi facilmente in città; anzi in origine il sistema era nato proprio per limitare i flussi di popolazione dalle campagne verso le città.
Quindi se nasci in città, sei un cittadino e se sei nella città giusta vai anche a rimpinzarti di carne importata alla steak house. Se nasci in campagna, stai in campagna.
Tutto questo naturalmente porta a tensioni sociali mica da ridere.
Ora, quando i cinesi mi fanno la domanda n.2: “Si vive meglio in Italia o in Cina?”, solitamente rispondo che non è possibile fare paragoni: è come voler confrontare pere e mele, è questione di gusti.
La risposta corretta sarebbe “Si vive meglio in Italia perchè se nasci in provincia almeno hai la possibilità di fare lo stesso una vita decente”, ma non lo posso mica dire.
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January 5th, 2010
彭宇“和谐”的解决 La decisione “civile” di Péng Yǔ
In risposta al diluvio di commenti che hanno seguito il mio post sull’altruismo, citerò ora una storia, anzi LA storia di Peng Yu.
Nel Novembre 2006 a Nanchino, una signora che aspettava il bus è stata spinta, è caduta e si è rotta qualche osso.
Il signor Peng Yu è accorso ad aiutarla, e assieme ad un altro signore l’hanno portata in ospedale.
La signora per tutto il tempo si è profusa in ringraziamenti.
Quando sembrava che le acque si fossero calmate, la signora (pare aizzata dai familiari una volta accertato l’ammontare delle spese mediche) ha accusato Peng Yu di essere stato lui a farla cadere.
La cosa è andata a finire in tribunale, e Peng Yu ha dovuto pagare il 40% delle spese per un ammontare di 45876.6 RMB (mi fanno morire: “virgola sei”).
La cosa si è trascinata per anni, il povero Peng Yu ha perso il lavoro, la moglie è scappata, insomma un dramma.
Alla fine, pare che la signora abbia ammesso di avere raccontato delle gran balle.
Per cui, amico straniero che vieni in Cina, se vedi qualcuno che rantola in mezzo alla strada… la scelta sta a te!
Fonti: qui, qui e infinite altre pagine, basta andare su baidu e cercare “彭宇”.
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December 25th, 2009
Ecco l’atteso seguito del post precedente.
Passarono gli anni, altri viaggi in giro pel mondo, e venne il 2001.
Quell’anno mi andò di fare un altro viaggio in Cina, più o meno le stesse tappe di quello del 1995 ma con qualche variante.
Tutto sommato non fu affatto male, se non fosse che commisi un errore fatale: tornare nel villaggio più bello del mondo.
Una sola parola: sventrato. Sventrate le strade per chissà quale folle progetto di costruzione; sventrate le case di legno con i negozietti delle vecchine, e sostituiti con palazzoni di cemento e vetri blu.
I tibetani, spariti, sostituiti da una compagine di cinesi bercianti e sputazzanti.
Il monastero resisteva, ma ora accoglieva orde di turisti. Ho visto con questi miei occhi un monaco assalire fisicamente un turista cinese che si era lasciato sfuggire un commento di troppo.
Dev’essere stato difficile ma sono riusciti anche a togliere l’incanto delle steppe, con un posto di blocco a pagamento per chi esce dal villaggio per andare… da nessuna parte, c’è solo una strada polverosa infestata da gente in motoretta.
Di nomadi, nemmeno l’ombra.
I pellegrini sono anche aumentati, ma non sorridono più, e con loro sono arrivati anche i mendicanti, tanti, troppi.
Mi sono aggirato un pò, sono entrato a vedere il monastero, quattro chiacchiere con qualche monaco, che tristezza… avevano tutti il cellulare e nelle pieghe dell’abito nascondevano soldi.
Ho trascorso una sola notte in un ostello consigliato dalla Lonely Planet, che nel frattempo aveva inserito un paragrafo sul villaggio.
Il mattino dopo sono scappato via quasi in lacrime.
Non prima di essermi preso un ricordino: avevo fatto colazione con una roba a base di latte, e a metà strada mi è venuta un’intossicazione alimentare che mi ha azzerato per una settimana.
La chiave di volta del post comunque ruota attorno ad un incontro casuale capitato mentre ero ancora lì.
Mi ero fermato a chiedere un’informazione ad un tizio, abbiamo scambiato due parole e questo tutto soddisfatto mi ha detto “Ancora un anno e non riconoscerai più la vecchia Xiahe”.
Ho fermato appena in tempo il turbine di improperi che stava per prorompere dalla mia bocca, e l’ho guardato meglio: scappato dalla miseria nera di chissà quale sperduto villaggetto, basso, tracagnotto, sporco, denti gialli, capelli sparati in tutte le direzioni e… sguardo sognante puntato diritto sul luminoso futuro.
Cosa potevo dire a questo fenomeno? Con che diritto?
Il progresso comporta molti svantaggi, ma a quell’ometto non poteva fregare di meno delle casette in legno, alle quali avrebbe dato fuoco senza pensarci un attimo.
Mica possiamo dire a questa gente come devono comportarsi a casa loro.
Giù gli hutong di pechino, su obbrobri di cemento, noi italiani siamo proprio gli ultimi che possono aprire bocca.
Noi occidentali poi facciamo la nostra parte: se sulla Lonely Planet non fosse stata fatta menzione di questo luogo ameno, ci sarebbero stati meno turisti, e magari non ci sarebbero stati così tanti cambiamenti.
Chissà come sarà ora…
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December 16th, 2009
Ricordi di gioventù: nel 1995 ero venuto in Cina in vacanza, e avevo fatto un bel giretto: Pechino, 河南 Hénán, 甘肃 Gānsù, 新疆 Xīnjiāng, 内蒙古 Nèiměnggǔ.
Di passaggio nel 甘肃 ero andato a visitare 夏河 Xiàhé, un villaggio di etnia tibetana in cima a montagne di 3000 metri.
Non sapevo nemmeno che questo villaggetto ospitava uno dei pochi centri di culto del buddhismo tibetano fuori dal Tibet, ed ero impreparato quando mi sono trovato in mezzo ad paradiso di ordine e pulizia svizzera, popolato da persone con sorrisi irresistibili.
Arrivavo dallo 新疆 Xīnjiāng, dove avevamo visitato 乌鲁木齐 (Wūlǔmùqí) “Urumqi” e l’oasi di 吐鲁番 (Tǔlǔfān) “Turfan”.
Posti affascinanti, popolati dalla minoranza etnica 维吾尔 (Wéiwúěr) “Uyghur”.
Purtroppo devo ammettere che da quelle parti sono stato testimone di parecchia crudeltà verso gli animali, specialmente verso i poveri asini, selvaggiamente picchiati alla minima occasione.
Dico questo solo perché poi a 夏河 invece ho visto l’esatto opposto: i tibetani trattano gli animali come bambini, anzi come qualcuno che crede che l’anima dei propri cari defunti possa trasmigrare negli animali domestici.
Mi ricorderò sempre di quando vidi un asino che tirava un carretto; dietro, due bambine che mentre camminavano discutevano tra loro.
L’asino ormai conosceva la strada talmente bene che tirava il carretto da solo, senza bisogno di nessuna guida.
Senonché quel giorno la destinazione doveva essere diversa, perché ad un certo punto le bambine corsero davanti per fermare l’asino e convincerlo a prendere un’altra strada a forza di carezze. Carezze! Se ripenso ai poveri asini malmenati dai (peraltro nobili) Uyghur, mi viene la pelle d’oca ancora oggi.
A 夏河 poi c’è il monastero di 拉卜楞 (Lābǔlèng) “Labrang”, all’epoca popolato da circa 900 monaci e meta di pellegrinaggio di tibetani che si facevano distanze immani a piedi (e spesso prostrandosi in terra ad ogni passo) apposta per fare il giro degli stupa.
I tibetani mi hanno lasciato un vuoto nell’anima: mai visto gente di così buon cuore e disposizione d’animo, tutti sorridenti e ben disposti verso il prossimo.
I dintorni poi erano mozzafiato. un giorno abbiamo affittato delle biciclette e ci siamo inoltrati nella steppa che circondava il villaggio, per un sentiero che presto finì nel nulla. In lontananza si vedeva un puntino nero, e ci dirigemmo verso di esso.
Era una tenda di nomadi, che ci accolsero con calore e ci offrirono il tè.
In quella tenda, in un attimo di pausa, mi accorsi che non si udiva il minimo suono: non un ronzio di insetto, non un refolo di vento, non un essere umano per chilometri, niente. Il nulla.
Era il posto più bello che avessi mai visitato.
(Continua nel prossimo numero: “Il progresso e i suoi effetti distruttivi sui bei posti di montagna”, ahimé)
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