lychee

February 8th, 2010

Torno a parlare di 苏东坡 (Sū Dōngpō) con la seguente sua poesia; mi sono cimentato in una traduzione in italiano che spero non offenderà troppi esperti del settore:

罗浮山下四时春, Ai piedi del monte Luofu è sempre primavera,
卢橘黄梅次第新。 è sempre stagione di loquat e prugne mature,
日啖荔枝三百颗, Se potessi mangiare trecento lychee al giorno,
不妨长作岭南人。 non mi dispiacerebbe diventare cantonese.

In città c’è un parco con una statua e una iscrizione che riporta proprio questa poesia.
Il buon vecchio Su Dongbo cita il 卢橘 (lújú), che però io ho sempre sentito chiamare 枇杷 (pípa), in inglese viene chiamato loquat e in Italia sarebbe la comune nespola, vedi foto:
nespola 1 nespola 2 nespola 3
La traduzione del termine 黄梅 (huángméi) provoca accesi dibattiti tra gli stessi cinesi; alcuni tagliano la testa al toro e invece di 黄梅 scrivono 杨梅 (yángméi) “Strawberry Tree (Arbutus unedo), Arbutus”, altri dicono che 黄梅 è un frutto a parte, altri ancora dicono che 黄梅 dovrebbe indicare il periodo di maturazione delle prugne che prima erano verdi. A me piace di più l’idea delle prugne gialle.
Comunque ecco un paio di foto di arbutus:
arbutus 1 arbutus 2
岭南 (Lǐngnán) è un toponimo, indicava una regione che cmprendeva l’attuale Guangdong e Guanxi.
La montagna 罗浮山 (Luófú shān) è poco distante da dove sto io, è un posto carino per una gita fuori porta.
In quattro righe il sagace Su Dongpo ci fa capire varie cose, primo che era un ghiottone, secondo che la frutta tropicale è qualcosa da non perdere.
In effetti quando stavo in Italia conoscevo il 荔枝 (lìzhì) “Litchi chinensis, Lychee” solo nella versione in scatola, e andavo dicendo che non era per niente buono.
Lychee 1 Lychee 2 Lychee 3
Una volta assaggiati quelli freschi però non si torna più indietro: sono veramente eccezionali.
Come tutte le cose in Cina, anche per il Lychee ci sono infinite varietà, alcune delle quali rarissime e costosissime, una storia lunghissima, letteratura a fiumi, una serie di leggende, proprietà curative, eccetera.
Nell’antichità c’era gente che andava letteralmente matta per i lychee; c’è un altro poema di Su Dongpo sull’argomento, intitolato 荔枝叹 (lìzhī tàn) “Lamento sui Lychee”.
Non mi ci cimento perché non ho tempo ma riporto una traduzione in inglese che ho trovato su internet:

Every ten li a station swirling with dust, Every five li a post to urge couriers on;
Men die like flies, their corpses line the road, So that lychees and longans may be delivered to court.
Carriages race over hills, boats sweep through the seas,
With new plucked fruit on fresh boughs, the leaves still dewy,
All to win a smile from the beauty in the palace,
Though it cost bloodshed and strife, and its effect remains for ever.

È interessante questo sito per appassionati: http://www.lycheesonline.com
Ci sono anche altri frutti della stessa famiglia, per esempio il 龙眼 (lóngyǎn) “Occhio di drago”:
Longyan 1 Longyan 2 Longyan 3
È notevole poi il rambutan, che sembra un lychee che abbia subito una sorta di evoluzione all’incontrario:
Rambutan 1 Rambutan 2 Rambutan 3
Arrivederci alla prossima puntata di “Strabilianti frutti esotici dalla Cina!”

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Giada

January 29th, 2010

Oggi non farò il solito post di frigne sulla vita in Cina, bensì scriverò un post di cultura generale, e parlerò di 玉 (yù) “giada”.
La giada per i cinesi riveste un fascino particolare.
Considerata più preziosa di oro e argento, era conosciuta fin dalla più remota antichità: nei musei ci sono oggetti di giada datati 5000 B.C.
Tra le molte virtù attribuite al minerale, pare che la giada preservasse il corpo dopo la morte, per cui nelle tombe dei potenti era un “must”, non solo come materiale per suppellettili ma anche come rivestimento, mi ricordo di avere visto nei musei intere armature fatte di pezzetti di giada.
Anticamente i taoisti ritenevano di poter raggiungere l’immortalità mediante pozioni nelle quali la giada risultava invariabilmente come ingrediente; non per niente la divinità suprema del Taoismo si chiama 玉皇 (Yùhuáng) “Imperatore di Giada”.
Il termine “giada” indica in realtà due minerali diversi: uno è 硬玉 (yìngyù) oppure 翡翠 (fěicuì) “jadeite”, l’altro è 软玉 (ruǎnyù) “nefrite”, quest’ultima da non confondersi con la malattia dei reni anche se alla fine le parole sono collegate: infatti la parola “Giada” deriva dallo spagnolo “piedra de hijada” cioè “pietra del fianco”, in quanto usata dalle popolazioni indigene delle Americhe come rimedio contro le malattie dei reni.
Stranamente la nazione che vanta i maggiori depositi di giadeite non è la Cina ma il 缅甸 (Miǎndiàn) cioè Burma o Myanmar che dir si voglia.
In Cina sono comuni i negozi di gioielli specializzati in giada burmense,come pure quelli che si rifiutano di venderla per motivi politici.
Infatti la giada proveniente da Burma è un po’ come i “blood diamonds” africani, infatti viene chiamata anche “blood jade“. Ci sono vari gruppi che lottano per questa causa.
La maggior parte di quello che si vede sulle bancarelle in Cina sono pezzetti di vetro, ciononostante il 99% dei cinesi ne porta un pezzetto appeso al collo con un filo rosso; dicono che faccia bene alla salute.
Volendo acquistare della giada, bisogna stare attenti ad una serie di fattori.
Innanzitutto il colore: più è verde brillante e più alto è il valore; il colore non deve essere né troppo chiaro né troppo scuro; ogni macchia scura o chiara che spezzi l’omogeneità del materiale ne diminuisce il valore.
Curiosità: per indicare le imperfezioni della giada si usa il carattere 瑕 (xiá) “difetto”.
Poi c’è la trasparenza: la giada più preziosa è traslucente, ad occhio nudo si deve poter intravedere l’interno ad una distanza di uno o due millimetri dalla superficie.
La lavorazione poi è importantissima; specialmente quando l’artigiano riesce ad incorporare eventuali difetti in un disegno.
Macchie e striature sono formate da elementi estranei presenti nel minerale. Con procedimenti chimici è possibile eliminare le impurità, ma il risultato non è più giada 天然 (tiānrán) “naturale”, bensì 处理 (chǔlǐ) “trattata”.
Altri procedimenti sono volti a modificare il colore in modo da renderlo più verde; in questo caso si parla di giada 合成 (héchéng) “sintetica”.
È impossibile capire ad occhio nudo se la giada sia stata trattata chimicamente; sono necessari dei test di laboratorio.
Le gioiellerie forniscono dei certificati di autenticità per gli oggetti più preziosi , ma si sa, sono cose da prendere “cum grano salis”.
Ci sono vari tipi di giada più o meno preziosi, per esempio quella 冰种 (bīng) “ghiaccio”, di colore chiaro quasi bianco; la 豆种 (dòu) “fagiolo”, di aspetto opaco; la 碧种 (bì) con una tinta azzurra; 玻璃种 (bōli) “vetro”, trasparente.


Vetro
玻璃种 (bōli) “vetro”

Ghiaccio
冰种 (bīng) “ghiaccio”

dou
豆种 (dòu) “fagiolo”

Bi
碧种 (bì)

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cultura

January 22nd, 2010

Spesso i miei interlocutori cinesi mi dicono che con me hanno l’impressione di parlare con una persona “senza cultura”.
Al che solitamente ribatto che è proprio vero, certo la cultura cinese non la conosco, e nemmeno conosco i seimila anni di storia, e nemmeno una delle 50mila poesie Tang.
Dispongo solo di una risibile parte dell’arsenale di 成语 (chéngyǔ) e proverbi che sono le frecce delle battaglie verbali tra persone colte.
Potrei però ribattere che in Italia ho fatto il liceo, quindi mi ricordo ancora qualche frammento dei Promessi sposi, della Divina Commedia, qualche frase in latino.
So anche come funziona un motore a scoppio o un trasformatore, so che la gestazione umana dura nove mesi, in molti casi so dire qual’è la capitale di un dato paese straniero, eccetera.
Purtroppo queste sono tutte cose che per un cinese non sono considerate “cultura” ma mere curiosità, pertanto prive di ogni interesse.
Anzi peggio: il cinese vive in un sistema dove per esempio sapere che il bronzo è fatto di rame e stagno è già di per sé indizio di appartenenza alla classe lavoratrice, alla forza lavoro.
Io ho sempre pensato che che ognuno dovrebbe trovare il giusto equilibrio in ogni cosa, compresa la percentuale di sinapsi impiegate a ricordare poesie piuttosto che numeri.
Ho sempre avuto l’impressione che i cinesi invece in certi aspetti della vita abbiano una visione piuttosto monolitica.
Per quanto riguarda la cultura è sicuramente così, forse come conseguenza della struttura degli esami imperiali che avevano come unico soggetto la letteratura classica.
Quando partecipo alla conversazione in un gruppo dove sono l’unico straniero, solitamente la fase iniziale è dominata dalla curiosità, con le consuete domande di rito.
Passata la novità, subentra poi la fase in cui i cinesi si scambiano tra di loro motti di spirito e “witticisms” ben al di là della mia comprensione, per cui ben presto vengo lasciato da parte.
La mia unica vendetta e divertimento personale consiste quindi nello sfruttare la parte di cultura che loro non posseggono per fare scherzi orribili.
Di seguito, alcune delle bufale che negli anni sono riuscito a far credere a vari conoscenti cinesi:

  • Le olive vengono dall’America come i pomodori e il mais.
  • Le zanne degli elefanti crescono in cima alla proboscide.
  • Quelle che si vedono sotto alle ali degli aerei da guerra non sono bombe ma aerei più piccoli da usare per l’evacuazione in caso di emergenza (ok, qui sono stato scoperto quasi subito, ma solo perché c’era uno che aveva fatto il militare in aeronautica).
  • I testimoni di Geova non mangiano gamberi e aragoste perché il fondatore della religione era allergico.
  • In Australia i koala vengono tenuti in casa come animali da compagnia (beh, gli americani tengono i conigli, no?)
  • Esistono gli alberi di fragole (questa è stata meno dura di quanto possa sembrare, gli interlocutori venivano tutti da grosse città)
  • In Brasile durante il carnevale tutti girano nudi per strada.
  • Le pecore non sono altro che una varietà di capre a pelo lungo. Questa è stata facile perché in cinese il carattere 羊 (yáng) indica qualsiasi cosa somigli ad un ovino, quindi 山羊 (shānyáng) “capra” è l’”ovino di montagna”, mentre 绵羊 (miányáng) “pecora” ha il carattere 绵 che significa “morbido, continuo”
  • Nell’antico Egitto tutte le case erano a forma di piramide, e ancora oggi se ne vedono molte, specialmente nelle campagne.

Queste sono solo quelle che mi ricordo al momento…

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sauna

January 12th, 2010

L’ultima novità delle folli serate cinesi è la 桑那浴 (sāngnàyù) “sauna”.
Sinceramente in passato ho evitato questi posti perché hanno fama di luoghi di prostituzione, ma ultimamente ho accettato di provare questo posto nuovo perché è stato un amico affidabile a garantirmi che si trattava di un luogo “pulito”.
Ci siamo andati in 4, cioè io più l’amico messicano, l’americano e il taiwanese (non è l’inizio di una barzelletta, ma l’elenco delle persone che frequento di solito).
Sarò breve: quattro o più piani, non ho ancora esplorato tutto.
Arredamento faraonico, quattro piscine a temperature diverse di cui una con pesci; sauna finlandese e bagno turco; inservienti dovunque, servizi di ogni tipo compresa sala “stravacco” con monitor personale per vedere la televisione; navigazione internet, ping-pong, frutta e succhi gratis a volontà, buffet a pranzo e a cena.
Tutto compreso nell’ingresso, una manciata di RMB; poi volendo ci sono anche massaggi di ogni tipo da pagare però a parte.
La carrellata di divertimenti mondani in città continua: recentemente sono andato a vedere Avatar in 3D nel nuovo centro commerciale dove c’è anche 沃尓玛 (wòěrmǎ) “Wal-Mart”, più vari ristoranti tra cui la churrascaria brasiliana, l’Ajisen giapponese, la pista di pattinaggio, sala giochi, parco bimbi, etc.
Di centri così ce ne sono due, l’altro è il Jusco, sulla stessa falsariga, non c’è il cinema ma in compenso c’è una steak house degna di nota.
Di steak house in città ce ne sono altre ma questa è l’unica a fare delle bistecche veramente buone.
Insomma, io sono arrivato qui nel 2007, e allora non c’era NIENTE a parte i soliti karaoke (bleah); uscire la sera era una depressione, il massimo divertimento era andare al ristorante.
In tre anni sono spuntati come funghi centri benessere, centri commerciali, centri residenziali, per non parlare delle strade nuove, ponti eccetera.
Certo non sarà Shanghai o Pechino ma per uno abituato all’andazzo di qualche anno fa, sembra di abitare a Simcity!
Ho imbroccato per caso una città che sta recuperando in fretta il progresso perduto in anni di sonnolenza.
La corsa allo sviluppo però non è affatto omogenea nelle varie città, dipende tutto da una serie di fattori geografici e politici.
Qui le cause sono collegate alle grosse aziende di Shenzhen che devono spostare i propri stabilimenti fuori dalla cerchia urbana in espansione.
La città dove vivo è una delle scelte più ovvie, e il governo municipale lo sa bene, per questo stanno costruendo come castori.
La musica nelle altre città può essere ben diversa, come non sembrano rendersi conto i giornalisti nel resto del mondo che continuano a proporre una Cina uniformemente dinamica.
Se ne può rendere conto chiunque viva in una grande città cinese: a 20 KM dal centro si piomba in un altro pianeta, e ci si accorge che le zone non contemplate dai piani regolatori sono ancora ferme all’età della pietra.
Il sistema 户口 (hòkǒu) poi non permette a chi è nato in campagna di trasferirsi facilmente in città; anzi in origine il sistema era nato proprio per limitare i flussi di popolazione dalle campagne verso le città.
Quindi se nasci in città, sei un cittadino e se sei nella città giusta vai anche a rimpinzarti di carne importata alla steak house. Se nasci in campagna, stai in campagna.
Tutto questo naturalmente porta a tensioni sociali mica da ridere.
Ora, quando i cinesi mi fanno la domanda n.2: “Si vive meglio in Italia o in Cina?”, solitamente rispondo che non è possibile fare paragoni: è come voler confrontare pere e mele, è questione di gusti.
La risposta corretta sarebbe “Si vive meglio in Italia perchè se nasci in provincia almeno hai la possibilità di fare lo stesso una vita decente”, ma non lo posso mica dire.

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civiltà

January 5th, 2010

彭宇“和谐”的解决 La decisione “civile” di Péng Yǔ

In risposta al diluvio di commenti che hanno seguito il mio post sull’altruismo, citerò ora una storia, anzi LA storia di Peng Yu.
Nel Novembre 2006 a Nanchino, una signora che aspettava il bus è stata spinta, è caduta e si è rotta qualche osso.
Il signor Peng Yu è accorso ad aiutarla, e assieme ad un altro signore l’hanno portata in ospedale.
La signora per tutto il tempo si è profusa in ringraziamenti.
Quando sembrava che le acque si fossero calmate, la signora (pare aizzata dai familiari una volta accertato l’ammontare delle spese mediche) ha accusato Peng Yu di essere stato lui a farla cadere.
La cosa è andata a finire in tribunale, e Peng Yu ha dovuto pagare il 40% delle spese per un ammontare di 45876.6 RMB (mi fanno morire: “virgola sei”).
La cosa si è trascinata per anni, il povero Peng Yu ha perso il lavoro, la moglie è scappata, insomma un dramma.
Alla fine, pare che la signora abbia ammesso di avere raccontato delle gran balle.
Per cui, amico straniero che vieni in Cina, se vedi qualcuno che rantola in mezzo alla strada… la scelta sta a te!
Fonti: qui, qui e infinite altre pagine, basta andare su baidu e cercare “彭宇”.

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progresso

December 25th, 2009

Ecco l’atteso seguito del post precedente.

Passarono gli anni, altri viaggi in giro pel mondo, e venne il 2001.
Quell’anno mi andò di fare un altro viaggio in Cina, più o meno le stesse tappe di quello del 1995 ma con qualche variante.
Tutto sommato non fu affatto male, se non fosse che commisi un errore fatale: tornare nel villaggio più bello del mondo.
Una sola parola: sventrato. Sventrate le strade per chissà quale folle progetto di costruzione; sventrate le case di legno con i negozietti delle vecchine, e sostituiti con palazzoni di cemento e vetri blu.
I tibetani, spariti, sostituiti da una compagine di cinesi bercianti e sputazzanti.
Il monastero resisteva, ma ora accoglieva orde di turisti. Ho visto con questi miei occhi un monaco assalire fisicamente un turista cinese che si era lasciato sfuggire un commento di troppo.
Dev’essere stato difficile ma sono riusciti anche a togliere l’incanto delle steppe, con un posto di blocco a pagamento per chi esce dal villaggio per andare… da nessuna parte, c’è solo una strada polverosa infestata da gente in motoretta.
Di nomadi, nemmeno l’ombra.
I pellegrini sono anche aumentati, ma non sorridono più, e con loro sono arrivati anche i mendicanti, tanti, troppi.
Mi sono aggirato un pò, sono entrato a vedere il monastero, quattro chiacchiere con qualche monaco, che tristezza… avevano tutti il cellulare e nelle pieghe dell’abito nascondevano soldi.
Ho trascorso una sola notte in un ostello consigliato dalla Lonely Planet, che nel frattempo aveva inserito un paragrafo sul villaggio.
Il mattino dopo sono scappato via quasi in lacrime.
Non prima di essermi preso un ricordino: avevo fatto colazione con una roba a base di latte, e a metà strada mi è venuta un’intossicazione alimentare che mi ha azzerato per una settimana.
La chiave di volta del post comunque ruota attorno ad un incontro casuale capitato mentre ero ancora lì.
Mi ero fermato a chiedere un’informazione ad un tizio, abbiamo scambiato due parole e questo tutto soddisfatto mi ha detto “Ancora un anno e non riconoscerai più la vecchia Xiahe”.
Ho fermato appena in tempo il turbine di improperi che stava per prorompere dalla mia bocca, e l’ho guardato meglio: scappato dalla miseria nera di chissà quale sperduto villaggetto, basso, tracagnotto, sporco, denti gialli, capelli sparati in tutte le direzioni e… sguardo sognante puntato diritto sul luminoso futuro.
Cosa potevo dire a questo fenomeno? Con che diritto?
Il progresso comporta molti svantaggi, ma a quell’ometto non poteva fregare di meno delle casette in legno, alle quali avrebbe dato fuoco senza pensarci un attimo.
Mica possiamo dire a questa gente come devono comportarsi a casa loro.
Giù gli hutong di pechino, su obbrobri di cemento, noi italiani siamo proprio gli ultimi che possono aprire bocca.
Noi occidentali poi facciamo la nostra parte: se sulla Lonely Planet non fosse stata fatta menzione di questo luogo ameno, ci sarebbero stati meno turisti, e magari non ci sarebbero stati così tanti cambiamenti.
Chissà come sarà ora…

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Xiahe

December 16th, 2009

Ricordi di gioventù: nel 1995 ero venuto in Cina in vacanza, e avevo fatto un bel giretto: Pechino, 河南 Hénán, 甘肃 Gānsù, 新疆 Xīnjiāng, 内蒙古 Nèiměnggǔ.
Di passaggio nel 甘肃 ero andato a visitare 夏河 Xiàhé, un villaggio di etnia tibetana in cima a montagne di 3000 metri.
Non sapevo nemmeno che questo villaggetto ospitava uno dei pochi centri di culto del buddhismo tibetano fuori dal Tibet, ed ero impreparato quando mi sono trovato in mezzo ad paradiso di ordine e pulizia svizzera, popolato da persone con sorrisi irresistibili.
Arrivavo dallo 新疆 Xīnjiāng, dove avevamo visitato 乌鲁木齐 (Wūlǔmùqí) “Urumqi” e l’oasi di 吐鲁番 (Tǔlǔfān) “Turfan”.
Posti affascinanti, popolati dalla minoranza etnica 维吾尔 (Wéiwúěr) “Uyghur”.
Purtroppo devo ammettere che da quelle parti sono stato testimone di parecchia crudeltà verso gli animali, specialmente verso i poveri asini, selvaggiamente picchiati alla minima occasione.
Dico questo solo perché poi a 夏河 invece ho visto l’esatto opposto: i tibetani trattano gli animali come bambini, anzi come qualcuno che crede che l’anima dei propri cari defunti possa trasmigrare negli animali domestici.
Mi ricorderò sempre di quando vidi un asino che tirava un carretto; dietro, due bambine che mentre camminavano discutevano tra loro.
L’asino ormai conosceva la strada talmente bene che tirava il carretto da solo, senza bisogno di nessuna guida.
Senonché quel giorno la destinazione doveva essere diversa, perché ad un certo punto le bambine corsero davanti per fermare l’asino e convincerlo a prendere un’altra strada a forza di carezze. Carezze! Se ripenso ai poveri asini malmenati dai (peraltro nobili) Uyghur, mi viene la pelle d’oca ancora oggi.
A 夏河 poi c’è il monastero di 拉卜楞 (Lābǔlèng) “Labrang”, all’epoca popolato da circa 900 monaci e meta di pellegrinaggio di tibetani che si facevano distanze immani a piedi (e spesso prostrandosi in terra ad ogni passo) apposta per fare il giro degli stupa.
I tibetani mi hanno lasciato un vuoto nell’anima: mai visto gente di così buon cuore e disposizione d’animo, tutti sorridenti e ben disposti verso il prossimo.
I dintorni poi erano mozzafiato. un giorno abbiamo affittato delle biciclette e ci siamo inoltrati nella steppa che circondava il villaggio, per un sentiero che presto finì nel nulla. In lontananza si vedeva un puntino nero, e ci dirigemmo verso di esso.
Era una tenda di nomadi, che ci accolsero con calore e ci offrirono il tè.
In quella tenda, in un attimo di pausa, mi accorsi che non si udiva il minimo suono: non un ronzio di insetto, non un refolo di vento, non un essere umano per chilometri, niente. Il nulla.
Era il posto più bello che avessi mai visitato.
(Continua nel prossimo numero: “Il progresso e i suoi effetti distruttivi sui bei posti di montagna”, ahimé)

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altruismo

December 11th, 2009

Settimana scorsa tornando a casa dall’ufficio in macchina, il bus davanti a me ha inchiodato e ha sbandato di lato.
Ha fatto così per evitare una persona riversa in mezzo alla strada in una pozza di sangue. Di fianco, una bicicletta accartocciata.
La strada in questione è veramente molto pericolosa: stretta, molto trafficata, numerosi mezzi pesanti, zero illuminazione.
Nessuno si è fermato ad aiutare il poveraccio.
Essendo già stato indottrinato sull’argomento non mi sono fermato nemmeno io, ma ignorando gli strilli dei colleghi cinesi a cui stavo dando uno strappo mi sono fermato poco più avanti e li ho costretti a chiamare il 119.
Poi ho aspettato che arrivasse l’ambulanza, ed è arrivata dopo un solo minuto perché evidentemente qualcun altro aveva chiamato.
Perché non fermarsi?
Semplice: perché il ferito potrebbe accusare il soccorritore di avere causato l’incidente, per poi pretendere i danni.
Se chi si ferma fosse straniero, l’eventualità sarebbe certa, in vista di un maggiore guadagno. Purtroppo sono noti molti casi del genere.
Possibile? Per una questione di soldi si lascia la gente in mezzo alla strada? Non c’è proprio traccia di sentimenti umani?
Si leggono molte discussioni sulla spiritualità dei cinesi, anzi degli esseri umani in generale, e a proposito vorrei raccontare un aneddoto che magari c’entra poco però rende l’idea, e poi è molto che lo volevo scrivere, e infine il blog è mio e ci scrivo quello che mi pare e piace.
Correva l’anno 1993 e io ero nella Shanghai di allora, senza torre della televisione, senza metropolitana, senza 金茂大厦 (Jīnmào dàshà), e 南京路 (Nánjīng lù) non era pedonale.
Mi sento vecchio e canuto, è facile provare questa sensazione in una nazione che cambia faccia da un giorno con quell’altro, il 1993 è lontano e qui in 16 anni cambia tutto.
Comunque me ne stavo rilassato a godermi il ventilatore nella mia stanza del dormitorio quando all’improvviso entrò uno spilungone vestito pesante che mi tese la mano e mi si presentò in un inglese con pesantissimo accento francese.
Si chiamava Marc, era partito da Parigi ed era arrivato in Cina da un paio d’ore per inseguire il suo sogno di imparare il cinese e vivere la sua avventura.
Stringemmo immediatamente sodalizio e poco dopo venni a sapere che sull’aereo aveva conosciuto un altro francese a nome Oliver, il quale era partito dalla Francia con lo stesso suo proposito ma con un livello di organizzazione leggermente superiore, nel senso che aveva già una sistemazione e un corso di lingua prenotato.
Marc aveva dato i suoi bagagli ad Oliver con l’intenzione di riprenderseli non appena avesse trovato un posto letto.
Se non fosse che nel trambusto dell’arrivo e spostamento in città (non immediato come ai giorni nostri), il foglietto con l’indirizzo di Oliver era andato perduto.
Partimmo quindi per una Brancaleonesca ricerca durante la quale visitammo un buon numero di università, fino ad approdare al SISU, dove finalmente ritrovammo Oliver e le cose andarono a posto.
A parte la bella giornata e i bei ricordi che mi ha lasciato, l’avvenimento è degno di essere riportato in questo contesto perché poi a cena raccontai l’accaduto ad un amico cinese, il quale mi guardò perplesso e disse: “Si vede che sei cristiano.”
Al mio sguardo allucinato poi proseguì dicendo “Un cinese non avrebbe mai aiutato così uno sconosciuto.”
Cari lettori, rialzatevi dal pavimento e rimettevi i cappelli, perchè un’uscita come questa è perfettamente naturale in una società permeata dai dettami del Confucianesimo.
Non mi addentrerò in una discussione sull’argomento ma non posso fare a meno di citare la singola frase che ogni appassionato di Cina dovrebbe sapere (anche se non tutti i cinesi la conoscono):

君君、臣臣、父父、子子 (jūnjūn, chénchén, fùfù, zǐzǐ)

Wikipedia dice che una traduzione potrebbe essere

There is government, when the prince is prince, and the minister is minister; when the father is father, and the son is son.
(Analects XII, 11)

Questo riassume il concetto più importante della dottrina e cioè le relazioni tra le persone.
L’ordine nella società umana nasce dal rispetto delle gerarchie: ognuno al suo posto, e Confucio ci dice anche qual’è l’ordine di importanza:

  1. Tra governante e suddito
  2. Tra padre e figlio
  3. Marito e moglie
  4. Tra amici
  5. Tra fratelli

Come si vede non c’è traccia degli “altri”, quelli di “ama gli altri come te stesso”.
Tutto ciò non potrà certo aiutare quel poveraccio steso in mezzo alla strada che continuerò a vedere ogni volta che passerò di lì.
Spero però che il discorso possa aiutare a capire come la famiglia, che conta tre delle cinque relazioni fondamentali tra persone, sia tuttora il perno e fondamento della società cinese.
Aggiungiamo la forte competizione sociale tra gli individui ed ecco che la poca considerazione verso il prossimo non è più così inspiegabile.
Certo però che rivoltarsi contro il proprio soccorritore…

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mele

December 9th, 2009

Un piccolo update ad un precedente post, un altro piccolo “insight” sulla Cina e sui cinesi.
Oggi in ufficio volevo mangiare una mela e sono andato a cercarne una nel frigorifero che abbiamo qui al piano, dove teniamo le “scorte tattiche”.
Stranamente, nel frigo non c’era frutta.
In effetti ieri la signora delle pulizie l’aveva pulito, mi ricordavo di averla vista mentre tirava fuori tutto.
Ma ero anche convinto che poi avesse rimesso tutto dentro!
Guardo meglio e cosa scopro?
Dopo avere pulito il frigo, ha messo tutta la frutta nel congelatore.
Ora con le mele si può giocare a biliardo, e le arance potrebbero servire come proiettili per un cannone di medio calibro.
Certo non è mica un grosso problema, ma santa polenta, le domando: “Ma scusi, signora, non vede che così non va bene? Non lo sa cos’è il congelatore?”
Risposta: “Pensavo che fosse lo stesso.”
La cruda realtà: la signora non sa cos’è il congelatore, e probabilmente ha visto un frigo per la prima volta qui da noi.

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10

December 1st, 2009

Oggi niente post sulla Cina!
Mi unisco invece al folto coro dei post “10 cose che ho imparato da Star Trek”:

  1. Gli alieni sono tutti fondamentalmente degli esseri umani con nasi o orecchie bizzarri. Persino quelli con il sangue verde hanno la pelle del colore uguale alla nostra!
  2. Mai mai mai mai andare da nessuna parte assieme a Kirk e un altro protagonista.
  3. Il teletrasporto è bello perché a volte parti da seduto e arrivi in piedi o viceversa.
  4. Nel futuro saremo tutti belli.
  5. Le navi interstellari si costruiranno in cantieri a terra.
  6. Per distruggere un pianeta con la materia rossa devi prima scavare un pozzo fino al nucleo e lanciare un marchingegno diabolico, mentre per una supernova basta buttarcela sopra in un bicchierino.
  7. In un pianeta di ghiacci ci possono essere bestie senza pelliccia.
  8. Certo ci sono i faser, ma vuoi mettere una bella spada (retraibile)?
  9. Quelli che vengono dal futuro ti fanno fare carriera più velocemente.
  10. Se sposi un vulcaniano poi hai accesso ai più reconditi segreti della loro cultura (compresa l’arca katrica), mentre il malcapitato figlio deve portare un marchio infamante per tutta la vita.

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