E per i succitati motivi, saluto tutti e torno in Italia in vacanza due settimane!
Mbwahaha ha!
Prosciutto! Mozzarella!
PIZZA!
CAPPUCCIO E BRIOCHE!
Arrivooooo!
E per i succitati motivi, saluto tutti e torno in Italia in vacanza due settimane!
Mbwahaha ha!
Prosciutto! Mozzarella!
PIZZA!
Arrivooooo!
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Recentemente sono riuscito ad entrare in possesso del libro del Maestro, e mi sono reso conto che gran parte dei miei posti sembrano una copia dei suoi!
Mi sono rincuorato pensando che alla fine viviamo nello stesso Paese, facciamo più o meno le stesse cose (con le dovute differenze di ordini di grandezza), quindi è anche naturale che ci capitino cose simili.
Anche questo post sembre scritto da lui, ma non posso fare a meno di pubblicarlo ugualmente.
Spero che non mi scomunichi…
Comunque, l’altro giorno vado nell’ufficio acquisti provocando un brusco risveglio dei tre dipendenti alla realtà.
So che questo è un atteggiamento molto scortese, e non vorrei sembrare una persona rude, quindi a mia difesa vorrei sottolineare che in realtà uno stava chattando su QQ, uno stava guardando un filmino su internet e il capo di tutti stava facendo una telefonata personale.
Quindi entro bruscamente, tutti mi guardano e io sventolo un foglio che mi ero portato dietro chiedendo: “Cos’è questo?”
Mi rispondono solo sguardi da pesce lesso.
“È un foglio di etichette autoadesive prestampate.”
Mi rivolgo quindi al tizio che sapevo avere gestito l’acquisto.
“Tu! Smetti per un attimo di guardare i filmini di Youku (clone cinese di Youtube). Come si usano queste etichette?”
Come parlare ad una mucca.
“Si devono stamparci sopra i dati! E come vengono stampati i dati?”
Il bovino non accennava alla risposta, ma mi sono rifiutato di andare avanti col giochino.
“Senti, ho detto che bisogna stampare. Cosa si usa per stampare?”
Lui, esitante: “La stampante.”
“Bravo! Vedi che se ti impegni ci arrivi? Ora, prova un po’ a mettere questo foglio, uguale a quelli che stanno nei dieci scatoloni che tu hai ordinato, dentro alla stampante.”
“Questa stampante non va bene.”
“Va benissimo invece, visto che la stampa deve essere eseguita dal nostro sistema informatico, che disgraziatamente è talmente antidiluviano che può usare solo questo tipo di stampante.”
“Ci vuole la stampante ad aghi.”
“No che non ci vuole la stampante ad aghi, a parte il fatto che le stampanti ad aghi non ne abbiamo, non potremmo usarle perché il sistema non le accetterebbe.”
“Al reparto QC ce l’hanno.”
“No che non ce l’hanno.”
“Si ce l’hanno.”
“Va bene. Andiamo al QC a vedere questa fantomatica stampante ad aghi, così già che ci siamo mi potranno anche spiegrae cosa se ne fanno.”
Andiamo nell’ufficio QC, dove in effetti la stampante ad aghi non c’era, e invece ce n’era una identica a quella dell’ufficio acquisti, cosa logica dato che anche loro devono usare giocoforza il famoso sistema. Tutti fatti dei quali quale ero perfettamente informato visto che la prima e principale tra le varie mansioni che mi sono state affibbiate nel tempo è quella di responsabile dell’IT.
“Vedi? Anche loro hanno una stampante uguale alla tua. Non c’è nessuna stampante ad aghi. Adesso vuoi farmi il piacere di fare una prova di stampa su questo foglio?”
“Non funzionerà, questo tipo di carta è troppo spesso, questa stampante non va bene.”
“A parte che dovevi pensarci prima di ordinare dieci scatoloni di etichette, e mi piacerebbe proprio sapere come pensavi di usarli, ma a questo ci pensiamo dopo. Adesso, facciamo un gioco. Tu ti astrai, ti concentri, fai finta di guardare un filmino comico su Youku, fai finta che la carta vada bene per questa stampante, e metti il foglio nella stampante.”
Il tizio, sbuffando e sicuramente pensando “SPQS (Sono Pazzi Questi Stranieri)” a questo punto ci prova.
“Non entra nel cassetto. È troppo largo.”
“Ha-Ha! HA-HAAAAAAAAAA! Vedi? Hai capito adesso? Mi spieghi ora come mai in quasi tutto il mondo e sicuramente in tutta la Cina si usano i fogli A4, e invece tu hai fatto arrivare una montagna di etichette prestampate su fogli PIÙ GRANDI del formato A4? E adesso glielo dici tu in Italia che le loro preziose etichette prestampate non le potranno usare?”
“Non c’è problema.”
“Hai ragione, non è un problema, è una tragedia!”
“Non c’è problema, mando indietro le etichette al fornitore e le faccio tagliare. Settimana prossima avrai le etichette in formato A4.”
“Settimana prossima? Chiaramente, il servizio sarà gratuito.”
“Gratis.”
“E chiaramente le etichette tagliate saranno tutte uguali, visto che il sistema stamperà i dati su degli spazi fissi. Io ho l’inspiegabile sospetto che torneranno indietro delle etichette tutte diverse, con dei bordi simili a quelli dei francobolli.”
“Naturalmente saranno tutte uguali.”
“Naturalmente. Però rimane il problema della carta. Guarda, facciamo una prova. Tagliamo un foglio in modo che diventi un A4, poi stampiamo una pagina di prova.”
“La carta non va bene.”
“Ho detto facciamo una prova, no? Tanto, cosa può succedere? Al massimo la stampante esploderà uccidendoci tutti all’istante, ed il rogo risultante raderà al suolo la fabbrica. No, non fate quella faccia. Stavo scherzando.”
Allora chiedo un tagliabalsa, taglio il foglio e lo inserisco nel cassetto di alimentazione della stampante.
“Adesso per favore stampami la pagina di prova. E voi due è inutile che vi nascondiate dietro l’armadio, tanto l’esplosione sarà così forte che moriremo tutti lo stesso.”
La pagina di prova esce senza una sbavatura.
“Vedi? VEDI? VEDI che funziona? Perché hai dovuto seminare il panico dicendo che la carta che hai ordinato tu non era compatibile con le stampanti che sapevi avremmo dovuto utilizzare?”
Troppo tardi. La parte bovina del cervello del pover malcapitato aveva ripreso il sopravvento, e ho ottenuto in risposta solo uno sguardo da ruminante.
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Ti accorgi che sei rimasto troppo tempo in Cina quando…
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Imparare a memoria tutti e 36 gli stratagemmi è un arduo compito, ma mette a disposizione un’arma terribile.
Recitarli tutti a memoria uno dopo l’altro provoca sempre grande sbigottimento negli interlocutori, ma attenzione! Va fatto con grande cautela, solo nelle grandi occasioni, e solamente dopo avere tirato in ballo l’argomento con savoir faire, altrimenti si rischia di fare la figura del wise guy o per dirla con un lombardismo, lo “sborone” o “il bauscia”.
Ma se si vuole impressionare durevolmente il futuro suocero, oppure qualche papavero governativo, questa è una “silver bullet” di sicuro effetto.
Procediamo quindi con il prossimo:
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我很久没写中文日志了。现在是时候了。话题是:会说中文的老外。
啊呀,每天荧屏上都会有几个老外,说普通话真的说的得很流利,但是我一直都会有一点尴尬的感觉。
Come on,他们学会了一个挺难学的语言,那又怎样?
还要给他们一枚金牌?
在国外有很多华人学会了好困难的语言,但是没有人想把他们放在电视节目里面,像猴子一样表演他们的能力。
为什么呢?因为国外没有人觉得学会一个语言是个奇怪的东西。
如果有向像中国一样那种节目,没有人会看,推荐的人会被炸炒鱿鱼,回家哭得很幸苦。
我不明白的地方就是这种活动为什么那么惹人注意。
为什么中国人觉得学会了中文的老外那么有意思?
是不是因为中国人觉得自己的语言特别困难,所以想这种外国朋友很聪明?
或者是因为以前老外很有权利,好像他们都是大老板。
反而现在中国经济那么好,中国是世界的工厂,所以老外也要磕头,努力学习汉语来中国寻求机会。
或许因为外国人有大鼻子,有金发?他们比中国模特还漂亮?或许中国住在大山里的人还很少能看见真人外国人,所以他们很高兴有机会满足看看外国人是什么样子的好奇心?
或许可能还有别的原因。
不过对我这个地球人的老外来说,真的是很难接受的理由。
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Ci sono molte situazioni dove i 36 stratagemmi tornano utili.
Per esempio concludendo un intervento in una riunione: “E quindi ritengo che dovremmo dare dei segnali indiretti al fornitore per fargli capire che queste cose non si fanno, ma senza per questo inimicarcelo. D’altra parte come dite voi, 指桑骂槐, vero? (whink, whink)”
Se si riesce a concludere un intervento in questo modo, si può star sicuri che in sala calerà un silenzio attonito, e nessuno oserà ribattere.
Primo, perché tutti saranno ammutoliti dallo stupore nel constatare che l’omino bianco ha snasazzato nelle pieghe più riposte della loro cultura.
Secondo, perché ribattere ad una conclusione del genere sarebbe come criticare la propria millenaria cultura in pubblico, e prima di fare una cosa del genere in pubblico un cinese ci pensa parecchie volte, non due.
Procediamo quindi con un altro dei miei preferiti:
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Here! The 10 secret rules that they teach in all Chinese driving schools!
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Vorrei iniziare una serie di post sull’argomento dei 三十六计, i “Trentasei stratagemmi”, una gemma di cultura classica che personalmente reputo di basilare importanza per chi lavora con la Cina.
Dico “basilare” nel senso che i 36 stratagemmi non vengono quasi mai citati direttamente, ma nei discorsi sono sempre presenti tra le righe, che si tratti di riunioni o trattative, o che si tratti di riuscire a spiegare il comportamento apparentemente incomprensibile di qualcuno.
In poche parole, fanno parte della cultura del Paese, anche se pochi li sanno recitare a memoria.
Tra l’altro ho notato che su internet non ci sono testi in italiano a riguardo, quindi ecco una ragione in più per mettersi al lavoro. Chiaramente se qualcuno invece trovasse del materiale, me lo faccia sapere!
Vista la frequenza dei miei post ci metterò un’eternità, ma come dicono i cinesi, 千里之行始于足下 (qiānlǐ zhī xíng shǐyú zúxià) “Un viaggio di mille miglia comincia con il primo passo”.
Per chi voglia portarsi avanti, posso consigliare qualche sito ben fatto:
Io incomincio con il numero 26, solo perché è uno dei miei preferiti.
Perchè ostinarsi a seguire l’ordine tradizionale?
In fondo questo è solo un blog, mica un trattato accademico.
Quando tra qualche anno avrò finito tutti i 36 post allora li metterò in ordine, promesso.
Quindi:
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Per chi si avventura in Cina, ci sono consigli e avvertimenti che possono risparmiare tempo e fatica, e anche evitare pietose figuracce.
La pagina che vorrei presentare oggi fa parte dell’ultima categoria, quella “salva-faccia”.
Mi rivolgo in questo post a chi il cinese lo parla già, e per la precisione alla specifica situazione nella quale ci si trova ad intrattenere conversazioni con persone che si vedono per la prima volta.
lo schema è fisso; dopo i primi convenevoli parte la solita conversazione che ho già praticato migliaia di volte, costituita da una infinita serie di complimenti: “Ma come parli bene il cinese”, “Come sei bravo”, “Sembri proprio un cinese”, “Pochi stranieri parlano il cinese così bene”.
Attenzione, primo consiglio: non cadere immediatamente in brodo di giuggiole perché i cinesi dicono così a tutti, a CHIUNQUE, anche ai sordomuti.
Comunque, dopo avere ripetuto le stesse cose per una dozzina di volte, ci si avvia finalmente verso la conversazione spicciola.
È qui che prima o poi scatta la trappola.
Si può essere matematicamente certi di questo, deve essere qualcosa cablato nel DNA, oppure qualcosa che insegnano loro da piccoli, a scuola:”Mi raccomando bambini, quando vedete uno straniero dovrete fargli la trappola! Hi hi hi, snigger snigger!”.
Ci si può stupire di come i cinesi sotto certi aspetti siano così prevedibili, soprattutto considerato che ritengono di essere furbi come il demonio; ma forse proprio per questo, perché pensano tutti la stessa cosa, alla fine poi in realtà sono tutti uguali, dal primo all’ultimo.
Comunque tornando a noi, solitamente il “domandone” (o “trappolone”) consiste in qualcosa di apparentemente innocuo, tipo: “Ieri ho mangiato il BRISCIUT.”
Segue una pausa pensosa.
Questo è il segnale, l’imbeccata: in questo momento bisogna decidere come reagire, in un duello di strategia, valutando le caratteristiche dell’avversario e tenendo bene a mente gli insegnamenti di Sun Tzu e Miyamoto Musashi.
La trappola in realtà è vecchia come il cucco, probabilmente veniva già usata dail’uomo di pechino quando incontrava un altro ominide proveniente dalla valle vicina alla propria.
Se si è rilassati ed in buoni rapporti, si può candidamente sorridere e chiedere: “Ma cosa sarà mai questo misterioso brisciut?”
Si scopre quindi che si tratta della misteriosa rana caudata che vive solo sulla montagna di origine dell’interlocutore, e quello è un termine che usano solo lì, anzi solo nel suo quartiere, anzi solo nel suo condominio.
Inutile puntualizzare che l’apporto alla conversazione dato dal brisciut è pressoché nullo, anzi decisamente negativo e molesto, e secondo me anche un pochino offensivo.
Insomma cerchiamo di immedesimarci, in un esercizio che pratico da tempo e che ha sempre dato ottimi risultati: è come se incontrassi un cinese che per anni e anni abbia faticosamente studiato l’italiano, ed fosse arrivato al punto di potersi esprimere con correttezza, quindi alla prima occasione gli facessi il test della cadrega come nella famosa scenetta!
Che senso avrebbe? Cosa ci sarebbe da dimostrare?
Vogliamo per forza ribadire a tutti i costi la schiacciante superiorità di seimila anni di storia cinese (autentica o meno), la cultura, le invenzioni, eccetera, &c, &c, che veramente non se ne può proprio più?
Il primo impulso per me, che qui ci devo vivere, e di cose del genere mi capitano tutti i santi giorni, è di balzare in piedi urlando, rovesciare il tavolo, poi usare la sedia per fracassare il cranio all’interlocutore.
Ma non viviamo mica in un telefilm americano, e nemmeno nel Bel Paese!
Qui bisogna controbattere ma con un sorriso, e poi magari andare assieme al KTV.
Una ottima strategia è il fuoco di sbaramento con una fila di domande: “Ma com’è fatta questa rana? E quanto vive? E dove si trova? E come si cucina? Che verso fa? Quante ce ne sono? Si trova tutto l’anno?” E così via.
C’è una buona probabilità che il molesto interlocutore non sappia praticamente nulla dell’argomento, quindi si senta colto in fallo, e sperabilmente prima di proporre un’altra trappola ci penserà due volte.
Se invece il termine assomiglia a qualcosa di vagamente conosciuto, per esempio un piatto tipico lombardo, si può anche fare finta di aver capito e proseguire con la conversazione: “Ah sì, buono, mia nonna lo faceva sempre.”
Sono impagabili le soddisfazioni che si ottengono con questo tipo di risposte, semplicemente osservando le espressioni di sgomento sulla faccia dell’avversario.
Pare di potergli leggere nella mente mentre si chiede: “????! Ma non saprà mica davvero cos’è il brisciut? Ma chi è questo? E ora cosa dirò alla prossima riunione del CRPS (comitato ridicolizzazione pubblica stranieri)?”
Le soddisfazioni sono purtroppo di breve durata, perché l’interlocutore incredulo non potrà fare a meno di chiedere: “Ma tu lo sai cos’è il brisciut?”
Caro, carissimo interlocutore… Ma se già sapevi che io non sapevo, allora cosa l’hai tirato in ballo a fare? Perché? PERCHÉ?
In questo caso la via d’uscita è semplice, basta dire: “Certo che lo so, è la carne d’asino trita fatta in pentola, yumm, buono.”
Questa è una via d’uscita onorevole, perché per uno straniero è lecito confondersi su di un termine.
Una volta invece mi sono incaponito a dire “Certo che lo so” e basta, senza fornire altre spiegazioni.
Questo ha provocato una certa empasse, perché l’interlocutore in questione non si azzardava a dire “E allora dillo, cos’è?”: sarebbe stato troppo.
Allora ha continuato a ripetere: “Ma lo sai cos’è?” e io: “Certo, lo so!” e così via per un po’ di volte, fino a quando si è arreso e l’ha detto lui.
Per la cronaca, era un termine indicante uno di quei gradi di parentela che per spiegarlo ci vuole un foglio Excel, e che si usava solo nella sua città, anzi solo nel suo quartiere, etc… etc…
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Vorrei condividere in questo mio umile angolo di rete il risultato di una interessante discussione avuta recentemente con un “fellow expat”.
Si discuteva (guarda un po’) di frutta, in particolare di frutta importata, nella fattispecie di un tipo di uva nera senza semi che arriva dal Cile.
La domanda sorge spontanea: come mai con tutta la frutta che c’è qui, devono importare l’uva? Possibile che nessuno riesca a coltivare uva in Cina, che a tutt’oggi è un paese per l’80% agricolo?
Parentesi: non me ne vogliano gli “urbanities” di Shanghai e Beijing, ma le grandi città cinesi che trainano l’economia sono l’eccezione e non la regola.
Se vogliamo ragionare in termini di statistica, la Cina può essere descritta come paese costituito in prevalenza da montagne, deserti e grandi distese di coltivazioni frammentate in piccolissimi campi, a gestione familiare e coltivati prevalentemente a mano.
Chi coltiva i campi sono i famosi e spesso bistrattati contadini cinesi, quelli che in un anno vedono sì e no qualche migliaio di RMB.
Guardiamo in faccia la realtà: il tipico contadino cinese ripete sempre gli stessi gesti tutti i giorni dell’anno, in un ciclo tramandato da migliaia di generazioni.
I compatrioti di stanza qui in Cina lo sanno bene, basta guidare per una mezz’oretta in una qualsiasi direzione che lasci alle spalle il centro città e ci si ritrova catapultati in un altro mondo.
Certo ormai il contadino medio ha il cellulare, la televisione, la parabola satellitare; attenzione però, “medio” vuol dire che fette estese della popolazione non ha niente di tutto questo, e posso dire di avere toccato con mano la situazione quando ho guidato fuori città per più di mezz’ora.
Qualcuno ha anche qualche trabiccolo che aiuta nei lavori più pesanti, ma le tecniche di coltivazione sono fondamentalmente manuali, direi quasi medievali.
In effetti, i mezzi dell’agricoltura cinese sono così obsoleti che il rendimento della terra è abbastanza basso.
Allora come fanno a dar da mangiare a tutti?
Risposta: la Cina importa grano e soia dall’America! (e riso dal’India)
Ma la cosa più incredibile è che la soia americana è più economica di quella cinese!
Ma come, se il contadino medio cinese guadagna solo qualche migliaio di RMB all’anno!
Certo, ma in America la famosa mietitrebbia la usano eccome, e il contadino medio americano è più un businessman che un agricoltore: la mattina controlla le mail per vedere cosa gli ha scritto il suo broker, poi compra e vende dei futures sul suo prossimo raccolto, controlla le condizioni del tempo da satellite ed infine sale sulla sua mietitrebbia con GPS e sistema di guida computerizzato, e lascia che la macchina faccia tutto da sola mentre lui legge il “Financial Times”.
Sistema efficiente, mezzi efficienti, poche persone molto ben organizzate, tutto questo significa prezzi bassi.
La risposta pare ovvia: l’onnipotente governo cinese potrebbe avviare dei programmi di riforma e modernizzazione dell’agricoltura, problem solved.
Nel mio piccolo però io penso che il governo cinese non abbia alcun interesse a sviluppare particolarmente l’agricoltura, per una semplice ragione. Supponiamo che il villaggio “X” decida di acquistare una mietitrebbia che fa il lavoro di 100 persone.
E le altre 99 cosa fanno? Abbandonano la campagna per andare a fare fortuna in città?
Così da creare altre tensioni sociali, aumentare il numero dei “migrant workers“, far salire la disoccupazione, insomma fare casino?
Niente di tutto questo, anzi più pastoie si riesce ad escogitare per tenere i contadini al loro posto, meglio è.
Quindi, avanti così, importare uva e prugne, e accontentarsi di pitaya, lychees, waxberry eccetera che poi sono pure buoni.
E i contadini (e i pescatori, minatori, pastori etc…), per ora è importante che se ne stiano buoni, e continuino a fornire la manodopera a basso costo che continua ad essere così importante per la Cina.
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